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Si
chiamava Buthayna. Recentemente ho fatto un trasloco. Spostare le
cose accumulate per anni in una casa ad un’altra è come
rimestare nella memoria. Dalle casse di cartone emerge sempre qualcosa
di un altro tempo. Da un altro tempo proveniva la foto di Buthayna
riemerse da una pila di vecchie carte. I suoi occhi limpidi di bambina
di cinque anni, la kufia che le avvolge le spalle. Quella foto me
l’aveva regalata sua madre, nel 1988, a Gaza, dove l’avevo
incontrata in una baracca del campo profughi di Shatli. Erano gli
anni della prima intifada, quella delle pietre contro i blindati.
Proiettili di piombo o di plastica uccidevano e menomavano i bambini
che le lanciavano. io ero lí per tentare di dare un nome, una
età, a volte un viso a quei bambini che il mondo non voleva
vedere, costretti dall’occupazione israeliana a quell’unico
gioco di orgoglio e disperazione, troppo spesso di morte. Avevo riempito
un blocco intero, con i loro nomi di bambini negati alla vita. Dentro,
piegate, le copie dei certificati di morte “ferita da arma da
fuoco” la causa ossessiva. Dentro, le loro storie brevi, raccontate
da padri, madri, nonni. Insieme alla sua storia la madre di Buthayna
aveva voluto darmi la sua immagine racchiusa nella foto. Se fosse
vissuta oggi Buthayna avrebbe 19 anni. Provo ad immaginarla, una bella
ragazza, allegra, piena di voglia di amare ed essere amata, curiosa
del mondo. Ma non ci riesco, penso ad un’altra ragazza anche
lei bella come avrebbe potuto essere Buthayna, che meno di un mese
fa si è uccisa per uccidere con una carica di esplosivo stretta
alla vita come uno scialle, mischiandone il sangue i corpi e le ragioni.
Perderò di nuovo, nel fondo di qualche cassetto la tua foto,
Buthayna. Con il desiderio di ritrovarla quando sarà possibile
immaginarti donna bella e allegra, libera nel tuo paese, finalmente
libero e così sarà, dovrà essere, in un altro
tempo ancora.
Vauro

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