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“Palestina” è una parolaccia.
Vuol dire ingiustizia, sopraffazione, arroganza.
E poi segregazione, abuso, guerra e violenza.
Vuol dire strategia, calcolo, pianificazione per ridurre un
popolo all’impotenza.
Parlare di Palestina oggi vuol dire prendersi dei rischi.
Come quello di essere equivocati, di non essere capiti, di
passare per nemici dell’ “Occidente” o degli ebrei
(tutti gli
ebrei!); magari da parte di chi, in altri tempi, gli stessi
ebrei li avrebbe volentieri discriminati o peggio.
Vuol dire anche prendersi delle responsabilità.
E’ chiaro che laddove l’odio si è generato ed accresciuto
per
oltre cinquant’anni, non è sufficiente invocare Pace
e
Tolleranza e stop. Troppo facile.
Confrontarsi, offrire delle chiavi di lettura, individuare le
contraddizioni (enormi) che ci sono, questo è già più
difficile.
E sgombrare il campo dalle mistificazioni, pulirsi gli occhi
ed il cuore.
Per me che disegno pupazzetti, aderire ad un progetto come questo
è necessario e imbarazzante, e nello stesso tempo è
un’occasione e
una sfida che raccolgo e rilancio.
Infine, se purtroppo è vero che the torture never stops (come
diceva lo zio Frank), forse fa bene ricordare quell’altro
ritornello che non accenna a passare di moda, anche senza
l’aiuto della pubblicità e a chiedere solamente e semplicemente
e
finalmente soddisfazione:
NON C’E’ PACE SENZA GIUSTIZIA!
Grazie
Squaz

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