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da La Rinascita della sinistra, 21 giugno 2002

Cento disegnatori per la Palestina
Nasce la nuova edizione di “Kufia, matite italiane per la Palestina”.

Nel 1988, con un nutrito gruppo di illustratori, italiani, e poi con palestinesi e israeliani, nacque a Napoli il progetto kufia: un portfolio e una esposizione che sostenevano la prima Intifada nei territori occupati da Israele. Oggi, con l’edizione 2002 di Kufia, nasce il tentativo di coinvolgere 100 e più disegnatori, di molti paesi, per ampliare l'esperienza precedente e favorire la ricostruzione di un Centro culturale distrutto a Jenin durante le incursioni israeliane di aprile scorso. Così si pensa a ristampare alcuni materiali informativi sulla questione palestinese pubblicati in passato e a produrne di nuovi.
I curatori della nuova raccolta di illustrazioni testimoniano del loro impegno e raccontano le finalità del progetto.

Stefano Ricci: “stanno partecipando in tanti, le adesioni sono in questo momento più di 70, e molti sono i disegnatori che collaborano per la prima volta ad un progetto di questa natura. Lo abbiamo chiesto anche a disegnatori giovani, con l’intenzione di raccogliere il contributo di generazioni diverse. Abbiamo voluto allargare il nostro invito ad autori di altre nazionalità; mentre nella prima edizione c’erano essenzialmente italiani ed alcuni palestinesi ed israeliani, ora abbiamo contributi da Francia, Belgio, Spagna, Grecia, Germania, Danimarca, Svezia, ex Jugoslavia, Canada, USA, Inghilterra, oltre che dalla Palestina e da Israele. Il contatto con i disegnatori americani si è rivelato a volte molto delicato o problematico; c’è stato chi ha rifiutato, altri hanno avuto bisogno di tempo prima di aderire. Sinora non era mai stata fatta una cosa del genere, sia per il numero che per la qualità e diversità degli artisti, e questo ci dice quanto tutto quello che è accaduto negli ultimi mesi, e sta continuando ad accadere, abbia toccato profondamente la sensibilità di tanti, e dimostri la volontà di non sottrarsi alla necessità di una testimonianza.” .

Guido Piccoli: Era il 1987. In terra di Palestina, il sopruso e l'ingiustizia erano insopportabili. Nel resto del mondo, “palestinese” significava per i più terrorista. I pochi, che li sapevano vittime degli sporchi giochi delle grandi potenze, praticavano una solidarietà rituale. Ancora più in pochi, allora, ci proponemmo di realizzare un'iniziativa che guardasse più in là dei già convinti. Scegliemmo la categoria dei fumettari, disegnatori o artisti dell'immagine. La battezzammo “Kufia, matite italiane per la Palestina”.e ne uscì una lista di una ventina di autori, che si schierarono su una questione difficile com’era allora, ancora più di adesso, quella palestinese. E con quelle tavole facemmo un’ottantina di mostre in giro per l’Italia, ma anche a Gerusalemme e dintorni. E stampammo alcune migliaia di portfolio, cofanetti e cartoline che inondarono case e sedi politiche e culturali. Il portfolio numero uno lo portai in regalo a Tunisi ad Arafat. Ma Arafat era dovuto partire per il Kuwait e, allora, venni ricevuto nella sua residenza a Sidibusaid per ore, come fratello, da Abu Jihad, la mente organizzativa dell’Olp. Era un mercoledì pomeriggio. Una cinquantina di ore dopo, in piena notte, in quella stessa casa irruppe un commando di killer israeliani a ucciderlo. Kufia era entrata in guerra. Che, qualche mese prima, mentre era ancora in tipografia, era scoppiata davvero - e non nei paesi vicini o sui cieli europei - ma proprio in Palestina. Era l’Intifada. Pietre contro mitra, invincibile. Come adesso.

Patrizio Esposito: In questi mesi sono circolati molti appelli sulla Palestina, due fra questi sono stati promossi da artisti e intellettuali preoccupati dalla vastità e dalla ferocia dell’iniziativa militare di Sharon. Il primo è del coordinamento dei centri culturali palestinesi. Inizia dicendo: “vi scriviamo dal cuore devastato della Palestina”, e termina con una richiesta: “vi chiediamo di non voltare lo sguardo mentre l’incursione à in atto”. Effettivamente il mondo ha avuto occhi chiusi e scarsa capacità di udito, una indifferenza quasi totale alla tragedia palestinese. Nell’87, durante la prima intifada, quando con l’aiuto di un gruppo di disegnatori avevamo iniziato il progetto Kufia, il portfolio apriva con una frase di Darwish: “Hanno sparato. Avete ascoltato anche voi che dormivate?” Sono passati anni e ancora oggi, di fronte a questa domanda, occorre chiedere: avete ascoltato, abbiamo ascoltato adeguatamente? Abbiamo guardato cosa accadeva a così poca distanza da noi?
Si avverte la necessità di lavorare per una informazione che si sottragga alla censura e alla reticenza, che rifiuti di inchinarsi ad ordini militari, capace di interrogare e coinvolgere il mondo dell’arte e della cultura sui temi del conflitto e dei diritti, perché il lavoro sulle parole e le immagini lo fanno quasi esclusivamente i guerrafondai, lo fanno quelli che privano gli altri di parole e di immagini. Dice Edward Said, riprendendo Nelson Mandela, che “la Palestina è una delle più grandi cause morali del nostro tempo, è una realtà imprescindibile per le molte dimensioni che vi si intrecciano”. È un invito a considerare la complessità dei conflitti e le connessioni molteplici che in essi si sviuppano. Questi ultimi avvenimenti in Palestina dicono che ci siamo anche noi in quel nodo. Ci sono le nostre vite, il nostro comune futuro di uomini liberi e uguali oltre ogni confine e ogni cultura.
In quel nodo credo si siano riconosciuti gli intellettuali francesi che hanno sottoscritto un importante appello apparso su “Le Monde”. Jean-Luc Godard, Christian Boltanski, Cartier-Bresson, Jean-Luc Nancy, Raymon Depardon, e molti altri, affermano: “Non siamo tutti palestinesi, solo loro lo sono e lo sanno bene, ma la sorte del popolo israeliano – e forse del mondo – è legata alla loro”. Siamo vicini, dentro un unico condominio che brucia, questa la sensazione. Ed è a questo che occorre rispondere, contribuendo a sanare una ingiustizia fin troppo sopportata finora. Kufia vuole partecipare a un movimento vasto, aperto dal coraggio dei pacifisti disarmati e tenaci, sorretti da molti buoni motivi per rischiare la vita nei territori occupati. Se riusciremo a rafforzare il nostro progetto, a far circolare idee e immagini provenienti da un significativo campione di disegnatori internazionali, punteremo alla costruzione di un centro culturale giovanile nel campo profughi di Jenin. Un modo per riacquistare udito e capacità di parola.

Stefano Ricci, disegnatore, responsabile della rivista “Mano” (Bologna), Guido Piccoli, giornalista (Torino), Patrizio Esposito, fotografo (Napoli).