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Scritto
per Kufia
Ho
letto Palestina, il libro a fumetti di Joe Sacco. Mentre cercavo un’idea
per il mio disegno mi è tornato in mente un’episodio
del libro che mi aveva molto colpita: durante la prima Intifada gli
israeliani hanno tagliato migliaia di alberi di ulivo palestinesi
per rappresaglia o per strategie militari e di occupazione. Nel libro
c’era la testimonianza di un vecchio che raccontava come fosse
stato straziante assistere all’abbattimento di quegli alberi,
quasi come perdere dei figli.
Diceva che un albero di ulivo impiega molto tempo a crescere e spesso
le piante più buone possono avere cento anni, magari le ha
piantate tuo nonno.
Ho pensato subito a un albero centenario privato dei suoi rami e al
dolore che mi provocava l’idea della ferita, dell’amputazione
di un’estensione vitale da un corpo forte, radicato nella terra
e dunque nel passato.
Mi è parso quasi che la simbologia fosse troppo ovvia, trattandosi
poi di un ulivo le cui fronde sono simbolo di pace.
Da qualche tempo sono sopraffatta da un senso di frustrazione nei
confronti di quelle che sono le vicende di questo mondo. Credo che
le ingiustizie di ogni giorno sommate una all’altra abbiano
un peso che è difficile da sostenere nel pensiero e nel cuore
di ognuno.
Spesso disegnare è il tentativo di inseguire un sogno che mi
è necessario per riuscire ad accettare la banalità e
l’ovvietà del vivere; l’idea di un dettaglio diventa
per me la possibilità di parlare di qualcosa che mi fa male.
Non so se sono riuscita a farlo anche disegnando questo albero ma
mentre lo facevo pensavo alla corteccia e agli anelli interni al tronco,
alla storia che contengono e al loro dolore.
Mi è sembrato il dolore della Palestina.
Gabriella Giandelli

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