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Jean Genet
Palestinesi
a cura di Marco Dotti
Stampa alternativa - 12 euro
Nell’indice:
“Palestinesi, commento a dieci immagini di Bruno Barbey”,
“Conversazione a Parigi”, “Le donne di Djebel
Hussein”, “Presso Ajloun”, “Il mito crudele
della Terra promessa”, “Quattro ore a Chatila”,
“Conversazione con Rudiger Wischenbart e Layla Shahid”.
Dalla
“Conversazione con Rudiger Wischenbart e Layla Shahid”
(Vienna, 7 dicembre 1983):
(…)
R. W. – Si dice che sia stata più o meno una casualità
il fatto che lei si trovasse a Beirut proprio nel momento in cui
si compivano i massacri di Sabra e Chatila. Come è arrivato
nel campo di Chatila e che cosa ha visto?
J.
G. – No, non ci sono arrivato per caso, ma invitato dalla
Revue d’étude palestiniennes. Io e Layla Shahid siamo
partiti insieme per Beirut. Le rifarò, se crede, la cronaca
di quello che è successo durante il mio soggiorno. Siamo
arrivati l’11 settembre 1982, a Damasco, e poi, con la macchina,
il 12 settembre, a Beirut. Lunedì 13 settembre abbiamo visitato
Beirut. Ci tengo a dirlo e a rettificare le dichiarazioni del generale
Sharon quando sostiene che solo una trentina di case erano state
distrutte a Beirut. E’ falso. Se ci tiene a questo “30”,
dirò che restavano pressappoco 30 case che non erano state
colpite, ma tutta la città di Beirut era stata colpita. Se
non era la facciata a sud della casa, era quella a nord o sui lati
o talvolta al centro. Ma tutte le abitazioni di Beirut erano colpite
salvo 30, visto che il sig. Sharon tiene a questa cifra.
Dunque, di lunedì ho visitato Beirut. Il martedì,
Bechir Gemayel è assassinato. E’ stato ucciso e allora
si è addebitato quest’attentato tanto sul conto della
Cia, quanto su quello del Mossad. E’ vero? Non ne so più
di lei, probabilmente. L’indomani, le truppe israeliane varcavano
il passaggio del Museo, passavano in Beirut ovest occupando, tra
gli altri, i campi di Sabra, di Chatila e di Borj Barajneh. La spiegazione
che fornivano era che dovevano impedire un massacro. Ebbene, il
massacro c’è stato. Dire che gli israeliani hanno voluto
questo massacro è difficile. Non ne sono, in effetti, sicuro.
Ma hanno lasciato che si compisse. E’ stato compiuto, in qualche
modo, sotto la loro protezione. Poiché illuminavano i campi
di Sabra, di Chatila e di Borj Barajneh. Quando si lanciano dei
razzi illuminanti, è perché ci si riconosca, per aiutare
i miliziani. E i miliziani d’Israele erano, evidentemente,
quelli che hanno compiuto il massacro.
R.
W. – Lei si è trovato nel campo di Chatila poco dopo
il massacro. Che cosa ha visto?
J.
G. – Mi sono trovato a Chatila domenica 19 settembre, il giorno
successivo ai massacri. Semplicemente, vorrei rendere chiara a chi
mi ascolta la topografia dei luoghi. Ho provato a entrare nel campo
di Chatila prima di domenica, ma lei sa che tutte le entrate di
Sabra, di Chatila e di Borj Barajneh, l’entrata che si trova
di fronte all’ospedale di Acca, erano chiuse da carri Markeba,
quindi israeliani. Bisognava aspettare che il massacro avvenisse,
che tutti fossero morti o moribondi o feriti perché gli israeliani
se ne andassero e lasciassero passare occupare il campo all’esercito
libanese per ragioni sanitarie, per sotterrare i morti, per soccorrere
chi poteva ancora essere soccorso. Ed è in quel momento che
sono potuto entrare, nel momento in cui l’esercito israeliano
passava le consegne a quello libanese. C’è stato un
momento di sbandamento, tra le dieci e le dieci e un quarto di domenica,
che mi hanno permesso di entrare.
(…)
R.
W. – Nel suo test Quattro ore a Chatila, e anche, beninteso,
nei suoi libri precedenti, parla della bellezza che si trovava persino
in ciò che ha visto. Questa bellezza ha un ruolo, come dire,
macabro e tragico nei fatti del Libano. Anche questa è una
ragione per domandarle che cosa l’ha spinta fio in Libano
o in Palestina.
J.
G. – Sono stato anche nelle banche. Non ho mai visto dei banchieri
che fossero anche belli. E mi chiedo se la bellezza di cui lei mi
parla – è tuttora un problema per me, mi interrogo
continuamente – e di cui ho parlato in questo libro, non sia
nata dal fatto che i ribelli hanno ritrovato una libertà
che avevano perso. Mi faccio capire?
R.
W. – Sì, in parte.
J.
G. – Sì…
R.
W. – E in che cosa consiste questa bellezza? E questa libertà?
J.
G. – La bellezza dei rivoluzionari si percepisce da una specie
di disinvoltura e anche d’isolenza nei confronti dei popoli
che li hanno umiliati. Non si dimentichi che sta parlando a un uomo
che ha vissuto settantatre anni in Francia, in un paese che ha avuto
un impero coloniale immenso. Personalmente per ragioni che non intendo
spiegarle, sono stato schiacciato dal concetto di Francia. Spontaneamente,
mi sono diretto verso gli insorti che hanno chiesto la mia adesione.
La bellezza di cui parlo e sulla quale non bisogna insistere troppo
– ho paura che ci si possa ingannare – questa bellezza
risiede nel fatto che degli antichi schiavi si sono sbarazzati della
schiavitù, della sottomissione, della servitù per
conquistare una libertà nei confronti della Francia o, per
i neri, dell’America, o, per i palestinesi, del mondo arabo
in generale.
(…)

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