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Due
testimonianze da:
Senza stato una
nazione
Palestinesi attraverso l’occupazione, la diaspora e l’essere
stranieri in patria
Un’opera,
un luogo, un libro di Sandi Hilal e Alessandro Petti per la Biennale
di Venezia. Marsilio, 2003 – 12 euro
1.
L’arte in Palestina è influenzata dall’esperienza
della prigionia e dell’esilio
Khaled Horani, artista
Per
gli occidentali il passaporto non ha un gran valore mentre per i
palestinesi sembra un’ossessione, puoi spiegarci perché?
I documenti
che i palestinesi possiedono sono gli indizi della nostra inesistenza,
della volontà di nasconderci. I documenti normalmente vengono
emessi da uno stato per tutelare i diritti dei cittadini, in realtà
per i palestinesi sono emessi esattamente per il contrario, non
per stabilire un vicolo di diritti e doveri tra lo stato e i suoi
cittadini bensì come semplici strumenti di controllo sulla
vita di chi li possiede. Avere una cittadinanza significa essere
riconosciuto da tutti. Ti permette di lasciare il tuo paese come
e quando ti pare. Oggi noi palestinesi non possediamo dei documenti
che ci garantiscono le nostre libertà, servono solo per tenerci
in prigione. Noi che viviamo nei territori occupati avevamo durante
la prima intifada carte d’identità israeliane di colore
arancione, viola per quelli di Gaza, e blu per quelli di Gerusalemme.
Carte d’identità diverse emesse dalle autorità
israeliane che hanno occupato il nostro paese. Durante la prima
intifada le autorità israeliane rilasciavano delle carte
d’identità di color verde per coloro che venivano considerati
pericolosi, chi era stato in prigione o chi semplicemente aveva
partecipato a una manifestazione. A chi possedeva questo documento
veniva impedito di lasciare la città. Era un documento per
discriminare non per ottenere diritti.
Puoi
parlarci di come nel tuo caso possedere un passaporto piuttosto
che un altro sia profondamente diverso?
Abito
a Ramallah e sono sposato con una donna palestinese che ha la cittadinanza
israeliana. I miei figli sono nati ad Haifa, si chiamano Amir e
Amr, e anche loro possiedono un passaporto israeliano come la loro
madre. Io invece ho il passaporto dell’autorità nazionale
palestinese, per questo non posso recarmi con i miei figli e mia
moglie ad Haifa. Loro sono cittadini israeliani, io no. Una volta
ho chiesto ai miei figli com’era stata la visita dalla nonna
ad Haifa. Mi hanno risposto che si stava molto bene ed erano molto
felici perché lì non vivevano israeliani. Per loro
gli israeliani sono solo quelli che hanno la divisa militare e le
armi, per questo per loro ad Haifa gli israeliani non c’erano.
Hanno visto solo esseri umani in costume da bagno.
Quali
temi hanno influenzato il tuo modo di fare arte?
L’arte
in Palestina è influenzata dall’esperienza della prigionia
e dell’esilio, che condizionano la vita culturale in questo
paese. Uno dei luoghi che reputo più importante per la crescita
e la trasformazione dell’identità palestinese è
il carcere. Dall’esperienza della prigionia sono uscite intere
generazioni di intellettuali e studiosi palestinesi. Sono stato
nella pigione di Al-Naqab nel 1990, durante la prima intifada. Lì,
nel deserto, erano, erano reclusi molti intellettuali e professionisti
palestinesi, isolati da tutto e da tutti, anche gli uccelli hanno
impiegato del tempo per trovarci. Fu un’esperienza che potrei
definire utile, utile come tutte le cose difficili che l’uomo
deve affrontare nella vita. Lo spirito di sopravvivenza, per non
impazzire, ti fa scoprire i lati positivi. I prigionieri del carcere
di Al-Naqab erano lì senza aver subito alcun processo e senza
la possibilità di vedere per mesi e anni i propri familiari.
La prigione era divisa in diverse sezioni scavate nella sabbia del
deserto come degli immensi pozzi e per impedire ai prigionieri di
comunicare, lanciandosi dei messaggi da un pozzo a un altro, i pozzi
vennero coperti e trasformati in veri e propri bunker. Questa prigione
esiste ancora nonostante il cosidetto processo di pace. Lì
facevo autoritratti sulle magliette dei prigionieri: non essendoci
specchi, era l’unico modo che avevamo per poterci vedere.
La maggior parte dei prigionieri mi diceva che li disegnavo troppo
magri, allora per potersi vedere come avrebbero voluto allargavano
la maglietta e quando un prigioniero usciva portava alcune magliette
con sé per farle vedere alle famiglie dei detenuti. Mi divertivo
a dipingere, ero arrivato a disegnare più di dieci magliette
al giorno. Ho fatto anche una mostra in prigione, una mostra molto
visitata, molto di più delle mostre che facevo a Gerusalemme…
In carcere molti intellettuali hanno studiato la cultura ebraica,
alcuni si sono laureati. La prigione non ha influenzato solo la
cultura palestinese ma anche quella israeliana che si è modificata
a causa del regime militare imposto ai palestinesi. Basta osservare
il cinema o la letteratura israeliana per ritrovare temi legati
all’esperienza di guardiani, militari e detenuti. Ovviamente
temi trattati in modi diversi, chi esaltando la cultura militare
e chi denunciando la sua follia. Nel film Da dietro le sbarre viene
raccontata la storia dei prigionieri politici palestinesi e criminali
israeliani imprigionati assieme e la loro unione per combattere
la repressione. Insieme a un altro artista ho realizzato uno spettacolo
teatrale che si chiama Abu Marmar, nel quale abbiamo messo in scena
tante storie ambientate in prigioni israeliane. Una di queste racconta
di un prigioniero israeliano salito sul tetto per suicidarsi. Le
autorità del carcere cercano di farlo desistere ma senza
successo, fino a quando interviene un detenuto palestinese…
In un’altra commedia abbiamo raccontato di come una madre,
dopo tanti anni di tentativi, riesce a trovare suo figlio in una
prigione nel deserto del Negev. Ma quando lo incontra non lo riconosce.
Il figlio si trova nella condizione di difendere la propria identità
davanti a sua madre e la madre rifiuta di credere che quel quasi
uomo che ha davanti a sé possa essere suo figlio.
Si
può parlare di una identità palestinese?
L’identità
per un palestinese ha un peso enorme. Ciò è dovuto
essenzialmente alla discriminazione. L’identità palestinese
è continuamente minacciata, sempre a rischio di scomparire.
Sono convinto che se i palestinesi godessero della libertà
e dell’indipendenza non sarebbero assillati dal problema dell’identità.
Probabilmente saremmo critici verso questa idea, forse persino l’odieremmo,
invece siamo spinti verso questo concetto perché tocca profondamente
la vita di ogni palestinese. Molti ritengono che i palestinesi esagerano
con la loro lotta infinita, con questa volontà ed esigenza
di affermare una propria identità, una propria cittadinanza.
Ogni palestinese subisce in modo diverso le conseguenze dell’assenza
del diritto di cittadinanza, sia che si trovi in Israele, sia che
si trovi nei territori occupati e sia che si trovi in diaspora.
Anche se riesce a ottenere un documento da un altro paese, continua
a sognare una cittadinanza palestinese.
Cosa
tiene ancora in vita l’idea che i palestinesi siano un unico
popolo?
I palestinesi
prima del ’48 avevano l’esperienza comune di un popolo
che viveva sullo stesso territorio, senza l’esistenza di alcuno
stato. Questo sentimento è vivo ancora oggi nella nazione
palestinese, malgrado la diaspora e malgrado le differenti esperienze
che ogni giorno i palestinesi si trovano ad affrontare. Nella catastrofe
si è creata una cultura transnazionale, forzata a muoversi
e a integrarsi in altre culture. Ciò ha reso la cultura palestinese
contemporanea molto ricca. Molti palestinesi non si sono integrati
nelle società che li ospitano, perché la loro emigrazione
è stata forzata, sono stati esiliati, un esodo dopo una catastrofe.
È una ferita ancora aperta, e che continua a essere uno dei
motivi per i quali i palestinesi si sentono uniti. La questione
dei profughi è la grande questione irrisolta. La metà
del popolo palestinese vive in esilio. Le ingiustizie subite non
sono state risarcite. L’ingiustizia continua con l’occupazione.
Il conflitto continua.
Qual
è il tuo sogno?
Poter
andare liberamente da Ramallah a Gerusalemme, due città che
distano solo quindici chilometri una dall’altra. Questa è
una follia! Ma che razza di sogni sono questi! È una catastrofe
che un uomo come me a 45 anni si riduca a sogni così ridicoli
come la possibilità di muoversi da una città all’altra
nel proprio paese.
2.
Leggo il mio nome ma non vedo me stessa
Rula Halawani, fotografa
Che
tipo di documenti possiedi?
Un
documento di viaggio rilasciato dal governo israeliano per i cittadini
arabi di Gerusalemme. Un documento che odio. Dovrebbe rappresentarmi
agli occhi del mondo, ma lo guardo e non vedo me stessa. Riesco
a vedere me stessa attraverso la mia nazionalità, la nazionalità
palestinese. Quando ho compilato la domanda per ottenere un documento
di riconoscimento, alla voce nazionalità ho scritto palestinese
ma nel documento mi hanno scritto nazionalità giordana. L’autorità
israeliana la cambia sempre, da palestinese a giordana. Per loro
i palestinesi non esistono, hanno sempre negato la nostra presenza
su questa terra. Io non sono giordana, sono palestinese. Vedo il
mio nome in questo documento, vedo il mio cognome ma non vedo me
stessa. È un documento scritto in ebraico e in inglese. Io
sono araba, la mia lingua è l’arabo. Mio padre e mia
madre non conoscono né l’inglese, né l’ebraico,
e non riescono a leggere quello che vi è scritto. Come si
fa ad avere un documento di riconoscimento che chi lo possiede non
può leggere? È un documento fatto per chi ci deve
controllare, non per i nostri diritti. È un documento fatto
solo di nove pagine, finiscono subito e bisogna rinnovarlo in continuazione.
Il mio è stato rilasciato ad agosto, adesso siamo a gennaio,
ed è già pieno di visti, devo rinnovarlo, ma per rinnovarlo
è un inferno. Bisogna passare la notte in bianco davanti
al ministero degli interni per poter riuscire a entrare. Ho provato
più di una volta ma senza successo. Allora ho fatto la richiesta
tramite un avvocato, ma vi assicuro che tante persone non possono
permettersi un avvocato. Odio questo documento di viaggio perché
ogni volta che viaggio mi chiedono: cosa è questo? dov’è
il tuo passaporto? Dico: questo è il mio passaporto, si chiama
documento di viaggio. Mi dicono sempre che non hanno mai visto una
cosa simile, poi mi chiedono dov’è il visto per Israele,
allora cerco di spiegargli che è un documento rilasciato
dal governo israeliano per i palestinesi che vivono a Gerusalemme
est. Non ho mai attraversato un confine senza problemi. Sono sempre
sorpresi da questo documento, lo fanno vedere ai loro colleghi e
lo controllano e ricontrollano. Questo dovrebbe essere il documento
che mi rappresenta. Leggo il mio nome, leggo il nome della mia famiglia
ma non vedo me stessa. […]

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