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Edward W. Said
Omaggio a Joe Sacco
I
fumetti sono un fenomeno presente ovunque, di solito associato all’adolescenza.
Sembrano esistere in tutte le lingue e le culture, da est a ovest.
Le loro storie possono spaziare dal visionario e il fantastico fino
al sentimentale e al buffo. Sono comunque sempre di facile lettura,
e vanno scambiati, collezionati o gettati via. Molti fumetti sono
come Asterix e Tin-Tin, avventure a puntate per i giovani che li
seguono attentamente tutti i mesi. Con il passare del tempo, come
nel caso dei due che ho citato, sembrano acquistare una vita propria,
con personaggi ricorrenti, situazioni complesse, e frasi che accomunano
i lettori, siano egiziani, indiani o canadesi, in una specie di
setta nella quale ogni membro conosce e utilizza un intero repertorio
di situazioni e linguaggi comuni. Ritengo che alla maggior parte
degli adulti i fumetti appaiono frivoli ed effimeri, e c’è
la convinzione che appena si cresce debbano essere messi da parte
per occupazioni più serie, se non in casi molto rari (per
esempio per Maus di Art Spiegelman) in cui un argomento scomodo
e scabroso è affrontato da un vero e proprio maestro del
fumetto. Ma come potremo presto vedere, si tratta di occasioni davvero
rare, dal momento che è necessario soprattutto un talento
di rima grandezza.
Non ricordo con esattezza quando ho letto il mio primo fumetto,
ma non ho certo scordato che alla fine mi sono sentito trasgressivo
e ribelle. Tutto di quell’eccitante albo a riquadri colorati,
e in particolar modo il suo aspetto stropicciato, la stravaganza
tumultuosa e colorata dei disegni, il passaggio fluido tra ciò
che i personaggi pensavano e ciò che dicevano, le creature
esotiche e le avventure narrate e descritte: tutto ciò contribuiva
a ottenere un’emozione straordinaria, diversa da qualsiasi
cosa avessi conosciuto o sperimentato sino ad allora.
Provenivo da una famiglia che, in modo incongruo, si ritrovava a
essere araba e protestante, e l’educazione nel Medio oriente
dopo la Seconda Guerra Mondiale faceva riferimento a una cultura
libresca e legata a modelli accademici molto ristrettivi. Un’implacabile
severità prevaleva su tutto. Non erano certo né i
giorni della televisione né quelli di qualunque altro facile
intrattenimento. La radio era il nostro punto di contatto con il
mondo esterno, e siccome i film hollywoodiani erano considerati
al tempo stesso inevitabili e moralmente rischiosi, eravamo tenuti
a un regime di uno alla settimana, ognuno dei quali vagliato accuratamente
dai miei genitori, certificato come accettabile e quindi non proibito
ai bambini in base a un criterio di giudizio (a noi) sconosciuto.
Cominciai il liceo, non ancora tredicenne, proprio dopo la caduta
della Palestina nel 1948. Al pari di tutti i membri della mia famiglia,
maschi e femmine, fui iscritto alle scuole inglesi, che sembravano
modellate sui loro equivalenti narrativi in Tom Brown’s Schooldays
e sui vari resoconti di Eton, Harrow, Rugby che avevo desunto dalla
mia lettura compulsiva di libri quasi esclusivamente inglesi. In
quel contesto tardo imperiale di un mondo complesso composto per
la maggior parte di ragazzi arabi e levantini e di insegnanti britannici,
essi stessi sottoposti a un cambiamento turbolento, in paesi a larga
maggioranza arabo musulmana dove la carriera si costruiva a partire
da un certificato di Oxford o di Cambridge (era il modo in cui a
quei tempi chiamavamo il diploma superiore), l’improvvisa
intrusione dei fumetti americani, immediatamente banditi dai genitori
e dalle autorità scolastiche, ebbe l’effetto di un
vero e proprio tornado. In un attimo mi ritrovai travolto da una
fiumana di avventure di Superman, Tarzan, Capitan Marvel e Wonder
Woman, che mi sbalordirono e di certo distolsero il mio cervello
dalle cose più tristi e grigie di cui avrei dovuto occuparmi.
Il motivo per cui questo nuovo piacevole universo in casa mia fosse
osteggiato con tanto accanimento mi restava incomprensibile, e tentare
di arrivare a un chiarimento con i miei genitori era inutile. L’unica
spiegazione era che i fumetti interferivano con gli studi scolastici.
Ho passato anni cercando di ricostruire la logica di quella proibizione
e con il tempo ne ho tratto la conclusione che il divieto identificava
con grande precisione (di certo molta più di quanta ne avessi
io a quei tempi) ciò che i fumetti rappresentano in modo
unico ed esemplare. Per prima cosa contenevano tutte quelle cose,
come il linguaggio gergale e la violenza, che mettevano a repentaglio
la tranquillità necessaria al processo di apprendimento.
Inoltre, per quanto probabilmente l’idea sia sempre rimasta
inespressa, c’era il sollievo procurato alla mia giovane vita
allora sessualmente repressa da personaggi eccessivi (come per esempio
Sheena della Giungla, vestita in modo fin troppo succinto e provocante)
che facevano e dicevano cose inammissibili sia per motivi di probabilità
e di logica sia, cosa forse più importante, perché
violavano le convenzioni riconosciute nell’ambito del comportamento,
del pensiero, dei modi di vivere socialmente accettati. I fumetti
mettevano a soqquadro la logica di a+b+c+d e di certo non incoraggiavano
a pensare nei termini richiesti dagli insegnanti o per esempio da
una materia come la storia. Mi ricordo come se fosse ieri la mia
esultanza quando infilavo di nascosto una copia di Capitan Marvel
nella cartella e la leggevo furtivamente sull’autobus o sotto
le coperte o in classe, all’ultimo banco. I fumetti ti davano
un approccio diretto (la combinazione coinvolgente e sfarzosa di
immagine e parola) che da un canto sembrava incontestabilmente verosimile
e dall’altro meravigliosamente tangibile, vivida e familiare.
In un modo che trovo ancora oggi affascinante da decifrare, i fumetti
nel loro implacabile portare in primo piano (molto di più,
diciamo, dei cartoni animati o delle vignette umoristiche, cose
che non mi sono mai interessate granché) sembravano dire
qualcosa che non poteva essere detto diversamente, forse ciò
che non era permesso dire o immaginare, sconfiggendo i normali procedimenti
del pensiero, generalmente protetti, modellati e rimodellati do
ogni specie di pressione pedagogica o ideologica. Allora non ne
sapevo nulla, ma sentivo che i fumetti mi consentivano di pensare,
immaginare e vedere in maniera diversa.
Saltiamo adesso all’ultimo decennio del ventesimo secolo.
In quanto americano di origine palestinese, mi sono ritrovato necessariamente
coinvolto nella battaglia per l’indipendenza palestinese e
per i diritti umani. Separato dalla distanza, dalla malattia e dall’esilio,
il mio ruolo è stato di difendere questa causa ben più
difficile, di difendere e tentare di ritrarne attraverso la scrittura
e gli incontri pubblici le dimensioni complicate e spesso rimosse,
cercando per tutto il tempo di seguire il dispiegarsi della nostra
storia di popolo in posti come Amman, Beirut, il West Bank e a Gaza,
dove tornai nel 1992, per la prima volta da quando, nel 1947, avevo
lasciato Gerusalemme con la mia famiglia.
Quando il mio sforzo ebbe inizio, subito dopo la guerra del giugno
1967 persino la parola “Palestina” era impossibile da
usarsi durante incontri pubblici. Mi vengono in mente i cartelli
esibiti davanti ai luoghi in cui si tenevano conferenze e seminari
sulla Palestina in quel periodo che dicevano “la Palestina
non esiste”, e nel 1969 Golda Meir espresse esplicitamente
il concetto che i palestinesi non esistevano. Molto del mio lavoro
come studioso e insegnante era improntato al rifiuto di come era
stata travisata e disumanizzata la nostra storia, cercando al tempo
stesso di dare alla letteratura palestinese, tagliata fuori con
grande efficacia grazie ai media e a una legione di oppositori polemici,
una presenza e una dimensione umana.
Senza avvertirmi o prepararmi in alcun modo, una decina di anni
fa, mio figlio portò a casa il primo albo di Joe Sacco sulla
Palestina. Tagliato fuori com’ero dal mondo del fumetto (non
ero più un lettore, né sapevo alcunché della
compravendita e dello scambio), non avevo mai sentito parlare di
Sacco e del suo lavoro. Ripiombai direttamente indietro nel tempo,
all’epoca della prima grande Intifada (1987-92) e, con un
effetto ancor più sorprendente, mi ritrovai nel mondo animato
e vivace dei fumetti che avevo letto da bambino. Il trauma del riconoscimento
fu quindi duplice, e più mi accanivo a leggere gli albi di
Palestina (una decina in tutto), raccolti in un volume che spero
sia di facile reperibilità non solo per i lettori americani
ma per quelli di tutto il mondo, più mi convincevo che si
trattava di un lavoro di grande originalità politica ed estetica,
più efficace degli innumerevoli dibattiti involuti, estenuanti
e spesso pomposi, che da sempre coinvolgevano palestinesi, israeliani
e rispettivi sostenitori.
Nel mondo in cui viviamo, saturato dai mezzi di comunicazione e
controllato da poche persone che, dalle loro postazioni di Londra
e New York, diffondo l’informazione e le immagini a esse legate,
le parole e i disegni dei fumetti, con la loro assertività
enfatica e a volte grottesca, in perfetta sintonia con le situazioni
straordinarie che descrivono, possono essere considerate un antidoto
di notevole efficacia. Nel mondo di Joe Sacco non ci sono presentatori
dalla parlata accattivante, non c’è l’untuosa
celebrazione dei trionfi, della democrazia e dei successi di Israele,
non ci sono rappresentazioni ipotizzate o confermate (tutte così
prive di fondamento storico o sociale, lontanissime da qualsiasi
vissuto reale) dei palestinesi come lanciatori di pietre e scellerati
fondamentalisti il cui scopo primario è di rendere la vita
difficile agli israeliani pacifisti e perseguitati. Invece ci è
data l’opportunità di accedere a quanto ha toccato
di persona e visto con i suoi occhi un giovane americano come tanti
altri con i capelli tagliati a spazzola che, a quanto pare, ha vagato
in un territorio occupato militarmente, estraneo e inospitale, un
luogo in cui gli arresti arbitrari, la demolizione delle case e
l’espropriazione dei terreni sono esperienze all’ordine
del giorno, un luogo in cui regna la tortura (“modesta pressione
fisica”) e la pura e semplice forza bruta adoperata a volontà,
spesso in modo efferato alla mercé della quale i palestinesi
vivono tutti i giorni, ora dopo ora. Un esempio: un soldato impedisce
l’attraversamento di un posto di blocco nel West Bank solo
in virtù del fatto che può esibire un mitragliatore
M-16 digrignando minacciosamente i denti.
Non c’è un percorso narrativo evidente, né una
linea dottrinale facilmente rintracciabile negli incontri spesso
ironici di Joe Sacco con i palestinesi dei territori occupati, nessun
tentativo di smussare ciò che è soprattutto un’esistenza
grama e ansiosa fatta di incertezze, infelicità collettiva,
privazioni e, in particolar modo nella parte che riguarda Gaza,
una vita di vagabondaggio privo di senso dentro i confini inospitali
del luogo, in una situazione di perenne attesa. A eccezione di uno
o due romanzieri e poeti, nessuno ha rappresentato questo terribile
stato di cose meglio di Joe Sacco. Di sicuro certe immagini sono
più impressionanti di qualsiasi cosa possibile leggere o
vedere alla televisione. Con il suo amico, il fotografo giapponese
Saburo (che a un certo punto sembra perdersi), Joe è una
presenza che ascolta, che guarda, a volte con scetticismo, altre
con stanchezza, ma la maggior parte delle volte con atteggiamento
partecipativo e curioso, come quando nota che il thè palestinese
è spesso dolcificato a dismisura, o che i palestinesi si
riuniscono spesso senza un preciso scopo, solo per scambiarsi racconti
di sventure e sofferenze, allo stesso modo in cui i pescatori confrontano
l’entità della pesca o i cacciatori valutano le rispettive
prede.
Il cast dei personaggi negli episodi qui raccolti è mirabilmente
vario e, con l’incredibile abilità che ha il disegnatore
di fumetti nel cogliere il dettaglio significativo, un baffo modellato
con cura qui, una dentatura esagerata là, un abito stazzonato
là, Sacco riesce a far funzionare il tutto con un virtuosismo
mai esibito. L’andatura non frettolosa e l’assenza di
una meta precisa nel suo vagabondaggio sottolinea che non si tratta
di un giornalista in cerca di una storia né di uno studioso
che vuole mettere a fuoco i fatti per desumere una regola. Joe è
lì per stare in Palestina, e nient’altro… solo
per passarci quanto più tempo può, accettando addirittura
di vivere la vita che sono condannati a fare i palestinesi. Una
volta riconosciuti i volti del potere e identificatosi con le vittime,
Sacco ritrae gli israeliani con evidente scetticismo, se non con
diffidenza. Per lo più si tratta di figure che rappresentano
un potere ingiusto e una dubbia autorità. Non mi riferisco
ai personaggi che è più ovvio giudicare sgradevoli
come i molti soldati e i coloni che si danno da fare per rendere
la vita difficile e pressoché insopportabile ai palestinesi
ma, in special modo in un episodio rivelatore, anche ai cosiddetti
“pacificatori” il cui sostegno a favore dei diritti
dei palestinesi è così limitato, così blando,
e in fin dei conti inefficace, da renderli oggetto di un disprezzo
carico di disappunto.
Joe è lì per capire perché le cose vanno in
quel modo e perché l’impasse dura da così tanto
tempo. Si è ritrovato laggiù per vari motivi: un po’
per via delle radici maltesi della sua famiglia durante la Seconda
Guerra Mondiale (come apprendiamo da un fumetto giovanile di rara
bizzaria: War Junkie), e perché il mondo post-moderno è
facilmente accessibile per un americano giovane e curioso, un po’
perché, come il Marlow di Joseph Conrad, è attratto
dai luoghi e dai popoli dimenticati della terra, da quelli che non
appaiono sugli schermi dei nostri televisori, o se lo fanno, vengono
sempre ritratti come marginali, privi di importanza, forse anche
trascurabili se non fosse che sono comunque una seccatura di cui,
come nel caso dei palestinesi, sembra impossibile sbarazzarsi. Senza
perdere la capacità specifica del fumetto di rappresentare
un mondo vivace e allo stesso tempo violento come quello che solo
un grande poeta è in grado di descrivere Joe Sacco riesce
anche a comunicare senza alcuna ostentazione, un gran numero di
informazioni, raffigurando il contesto umano e gli eventi storici
che hanno ridotto i palestinesi oggi a sentirsi in una condizione
di stagnante impotenza, malgrado il processo di pace e il filtro
mellifluo applicato alle cose da rappresentanti fondamentalmente
ipocriti, politicanti ed esperti di media.
Il punto in cui Sacco arriva più vicino alla realtà
esistenziale del palestinese medio è nella sua descrizione
della vita a Gaza, l’inferno nazionale. Il vuoto di tempo,
la vita quotidiana incolore se non sordida nei campi profughi, la
rete di lavoratori “occasionali”, madri in lutto, giovani
disoccupati, insegnanti, rappresentanti delle forze dell’ordine,
fannulloni, l’immancabile ritrovarsi disposti in circolo davanti
a una tazza di caffè o tè, il senso di isolamento,
il fango e la desolazione del campo profughi, emblema dell’esperienza
palestinese nel suo insieme… tutto è reso con un realismo
terrificante ma al tempo stesso, paradossalmente, con delicatezza.
Il personaggio Joe è lì per immedesimarsi in loro,
non solo perché Gaza è un posto così significativo
nei suoi spazi espropriati, sovraffollati e al tempo stesso sradicati,
ma anche per affermare che bisogna darne conto in termini di umanità,
e attraverso le sequenze narrative in cui ogni lettore si può
identificare.
Inoltre potrete notare che Sacco ha saputo raffigurare con grande
precisione le differenti generazioni: adulti e bambini che fanno
le loro scelte e vivono le loro grame esistenze, gente che parla
e altra che rimane in silenzio, i loro vistiti sbiaditi, le giacche
abbinate male assortite e i caldi hatta di una vita improvvisata,
ai margini della loro terra natale, nella quale si sono trasformati
nelle più tristi, inermi e contradditorie delle creature:
degli estranei non graditi. In un certo qual modo potete osservare
tutto questo attraverso gli occhi di Joe mentre si aggira e si addentra
nelle loro vite, premuroso, indulgente, partecipe, ironico, così
da divenire egli stesso testimone oculare e personaggio del suo
fumetto, con un gesto di profonda solidarietà. E soprattutto,
il suo contributo su Gaza dà corpo e conferma a quello che
prima di lui hanno scritto in maniera indimenticabile altri tre
testimoni degni di nota, tutti e tre donne: israeliana la prima,
ebrea americana la seconda e la terza americana senza precedenti
rapporti con il medio oriente. Sono Amira Haas, la coraggiosa corrispondente
del giornale israeliano Ha’aretz che è stata a Gaza
per quattro anni; Sara Roy, che ha scritto uno studio esauriente
su come si è sviluppata l’economia a Gaza, Gloria Emerson,
giornalista pluripremiata e scrittrice che ha passato un anno della
sua vita tra la gente di Gaza.
Sacco ha saputo ritrarre così accuratamente la vita nei Territori
Occupati palestinesi perché il suo vero interesse è
la storia delle vittime. Non dimentichiamo che la maggior parte
dei fumetti che leggiamo si concludono con la maggior parte dei
fumetti che leggiamo si concludono con la vittoria di qualcuno,
con il trionfo del bene sul male, o con la sconfitta dell’ingiusto
a opera del giusto, o anche con il matrimonio di due giovani innamorati.
I cattivi di Superman vengono sgominati e non li vediamo né
ne sentiamo parlare mai più. Tarzan sventa i piani di bianchi
malvagi che poi cadono in disgrazia e vengono spediti via dall’Africa.
Palestina di Sacco non è niente del genere. La gente tra
cui Joe vive sono i perdenti della storia, spinti ai margini dove
sembrano aggirarsi scoraggiati, senza alcuna speranza né
progetto, sorretti solo dal loro spirito indomito, dalla loro volontà
per lo più inespressa di andare avanti, e di rimanere ancorati
alla loro storia, di raccontarla ancora una volta, e di resistere
a chi vorrebbe spazzarli via tutti assieme. Sacco, con grande intelligenza,
diffida della militanza, in particolare di quella collettiva che
esplode negli slogan o nello sventolio verbale di una bandiera.
Né si cimenta nel fornire soluzioni come quelle che hanno
reso ridicolo il processo di pace di Oslo. Ma i sui fumetti sulla
Palestina danno testimonianza ai suoi lettori di un lungo soggiorno
tra una popolazione la cui sofferenza il cui destino ingiusto sono
stati rimossi troppo a lungo e hanno avuto troppa poca attenzione
politica e umanitaria. L’arte di Sacco ha il potere di attanagliarci,
di impedirci di vagare in cerca di una frase a effetto o di un racconto,
banale e prevedibile, di successo e vittoria. E questo è
forse il maggiore dei suoi meriti.

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