Oltre il silenzio

per la ripresa di Kufia

In queste ore drammatiche, di fronte alla ferocia dell’occupazione militare israeliana in terra di Palestina, alla fiera resistenza delle donne e degli uomini palestinesi e al coraggio dei militanti pacifisti di vari paesi e della stessa Israele, è urgente compiere gesti concreti per arrestare il massacro in atto. Occorre agire prima che la devastazione divori ogni residua speranza e che in Israele l'arroganza criminale di Sharon, con il sostegno di parte dei laburisti, spenga ogni coscienza critica. Non vi è soluzione, giusta e permanente, per il conflitto in corso, senza il riconoscimento del diritto storico del popolo palestinese di avere uno Stato indipendente e sovrano, e non quell'umiliante sommatoria di territori che è stata loro offerta cinicamente fino ad oggi. La complicità e l’assistenza militare degli Stati Uniti, giustificata da una farneticante guerra al “terrorismo” e da un reale disprezzo della legalità internazionale, vanno denunciati come un grave pericolo per i destini dell’umanità. La logica delle armi, l'unica che sembra orientare la politica di Bush e Sharon, non può che generare odio, disperazione e terrorismo.
Mobilitarsi ora, quindi, non serve solo a fermare il bagno di sangue in Medio Oriente e a salvare la vita di donne e uomini palestinesi e israeliani, ma anche a salvare le nostre vite e il nostro futuro.

14 anni fa, con la collaborazione di molti autori e decine di organizzazioni solidali con l’intifada, realizzammo “Kufia, matite italiane per la Palestina”, portando in oltre 70 città italiane, a Gerusalemme e in molte città e villaggi palestinesi ed israeliani, le tavole originali e il portfolio stampato e venduto per sostenere le aspirazioni alla terra e al ritorno del popolo palestinese. Oggi, nel rinnovare il nostro impegno, crediamo sia utile dare continuità a quell’esperienza ed ampliarla. Con la partecipazione de il manifesto, L’Alfabeto Urbano, la rivista Mano ed altre realtà editoriali e politiche stiamo lavorando a una nuova edizione del portfolio (e di una mostra degli originali) con l’adesione dei maggiori disegnatori europei, e se vi saranno le condizioni, di artisti palestinesi e israeliani (come già avvenuto in passato).
Consapevoli che significative realtà come Emergency, Un ponte per, Action for peace, Peace Brigades International, Indymedia ed altri svolgano un prezioso e insostituibile lavoro di solidarietà e informazione in più aree del mondo, siamo convinti che si possano investire più energie nell’ambito della comunicazione, della cultura e dell’arte per consolidare le esperienze a partire dall’emergenza Palestina e per sviluppare adeguati strumenti di riflessione e di azione.
Nei prossimi giorni, segnaleremo le varie fasi del progetto Kufia, ed altre attività editoriali, attraverso il manifesto.

I promotori di kufia 2002 (da il manifesto, 11 aprile 2002)

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------->>

Non c’era una volta…
Kufia dà forma a ciò che non c’è

(da Carta, n. 34, settembre 2002)

Tutti i popoli che sono stati soggetti al dominio coloniale sono stati violentati nella loro storia e nella loro memoria, oltre che in tutti i diritti collettivi e individuali. Ormai è accettato in modo acritico che chi ha ragione nei fatti abbia ragione dinnanzi alla Ragione stessa. La storia universale è la storia dei vincitori, quella che essi raccontano a giustificazione della loro vittoria. Storia che anche i popoli vinti devono fare propria, per esistere, e dove esistere significa essere percepiti. Ma anche come si viene percepiti dipende dai mezzi, visto che il più forte ha il monopolio della verità.
“Esse est percipi”, sosteneva George Berkley, i popoli non percepiti dall’occhio occidentale non esistono; i crimini commessi contro di loro non sono nemmeno registrati. In quale libro di testo gli alunni possono informarsi sul terribile genocidio dei popoli indigeni d’America o sulla catastrofe della Palestina, sul genocidio degli armeni e la triste storia dei kurdi e degli zingari, sulla guerra del Golfo o quella contro il terrorismo? Il senso di innocenza dell’Occidente, la sua complice indifferenza e il suo silenzio, sono costruiti sulla rimozione. Malgrado gli anni e l’inenarrabile sofferenza della Palestina e del suo popolo, continuiamo a essere raccontati e descritti da chi sta praticando da più di cinquant’anni un’opera di distruzione sistematica contro di noi e la nostra storia, memoria, identità, immagine e futuro.
La nostra esistenza viene riconosciuta soltanto se diviene funzionale alla nostra negazione. Ormai il monopolio della forza di fare la guerra e la sua giustificazione sono nelle mani dell’altro (come il monopolio dell’informazione, che ci spiega ogni mattina cosa è vero e cosa è falso e dove stanno la ragione e il torto); ormai i mezzi d’informazione dell’occidente democratico si accompagnano e si alternano al cannone nella guerra di dominio.
Simile destino stanno avendo le grandi conquiste dell’uomo moderno nate dopo l’ultimo conflitto mondiale, come l’Onu e la Carta universale dei diritti dell’uomo. Punto eccelso della cultura del mondo europeo, stanno inesorabilmente entrando in contraddizione con i propri principi costitutivi, e le regole del diritto internazionale vengono manomesse per scopi di parte. Oggi siamo di fronte a un sistema unipolare, fondato sulla politica militare, sul controllo dell’informazione e della legalità internazionale, il cui obiettivo è il dominio sulle risorse e l’egemonia su scala planetaria.
La devastazione del diritto internazionale in Palestina, in tutte le sue implicazioni, e la palese prevalenza del diritto della forza, insieme alla prossima guerra statunitense nel Golfo, rischiano di trascinare l’umanità in una situazione cronica di conflitti incontrollabili e di sigillare il fallimento dell’incontro dell’Occidente con gli altri popoli. Per la Palestina è sempre più difficile colmare la distanza che intercorre tra la verità delle cose e la rappresentazione che di essa viene fornita mediante il sistematico inganno dell’informazione, che vizia la capacità di percezione dell’opinione pubblica.

Ormai la devastazione è arrivata ai momenti più intimi della nostra vita quotidiana. E ci viene un’immensa tristezza quando guardiamo indietro nel tempo, pensando a quello che eravamo e quello che avremmo potuto essere, se non avessimo incrociato loro sulla nostra strada. E ci attanaglia una profonda angoscia quando ci accorgiamo di quello che stanno progettando per il nostro futuro: ci sembra di essere giunti alla fine del nostro triste viaggio.
Da più di mezzo secolo, ormai, il nome della Palestina è stato cancellato dalla toponomastica politica del mondo. I palestinesi, per lunghissimi anni, sono riusciti a esistere come popolo attraverso il sogno e grazie alla fantasia letteraria e a una drammatica e disperata resistenza, traducendo in tale modo il rifiuto di accettare che fosse cancellato il loro nome. Un rifiuto che è divenuto centrale nel tormentoso rifugio nella straordinaria bellezza e normalità del passato. Passato che annebbia la vista e si rovescia nel sogno, pretendendo di disegnare il futuro.

Ecco un presente
Senza tempo.
Non si trova
Nessuno qui che ricordi
Come abbiamo oltrepassato
Il vento, la soglia e in che momento
Siamo caduti da un passato
Infranto sul pavimento
Che altri raccolgono dopo di noi,
specchio alla loro immagine.
Era mio padre quell’uomo tribolato?
Da far portare a me il peso della sua storia?
Forse adesso
Nascerò da me stesso e sceglierò
Lettere verticali per il mio nome.
Ecco un presente seduto nel vuoto dei vasellami
Scruta le tracce dei passanti
Possa il tempo affrettarsi con noi.
Tra i suoi bagagli il nostro
Domani.

Mahmud Darwish

Un futuro che necessariamente dovrà rendere reversibile la storia e quel processo che ha trasformato i palestinesi in esuli, oppure in un popolo costretto a vivere sotto infinita occupazione, ma che non è riuscito minimamente a intaccare la loro coscienza storica: al contrario, ha rafforzato la loro identità.

Abbiamo un paese che è di parole
E tu parla, perché io possa fondare la mia strada
pietra su pietra
Abbiamo un paese che è di parole,
e tu parla, così che si conosca dove termina il viaggio

Mahmud Darwish

Tu parla, dunque, e (ciò) fa sì che io possa fondare la mia strada pietra su pietra, su una cosa concreta. E infatti, in base alla consapevolezza della nostra identità, noi ci identifichiamo con il linguaggio. È il linguaggio – sonoro e anteriore alla parola pronunciata – che ci traduce a noi stessi. Parole che devono interpretare e indicare con onestà intellettuale una realtà concreta, come primo stadio di un intervento volto a modificare la situazione satura di sofferenze e ingiustizia, gravida di sconvolgimenti che non risparmieranno nessuno.

Parole e forme, in grado di evocare dei significati, produrre associazioni mentali e promuovere idee contro questo ribaltamento dei valori che avvolge la nostra esistenza, e fornire una necessaria conoscenza storica, non quella manipolata, per risalire la china e dare inizio alla fine della miseria del mondo in cui viviamo e dove vivranno i nostri figli.
Kufia intende fare questo, esprimere e fare conoscere la ricchezza e la cultura dell’occidente, offuscate dal delirio dell’amministrazione statunitense e dall’inadeguatezza dell’Europa politica, e dare voce a chi è stato fino ad oggi privato della propria voce, a chi è stato de-scritto come conviene agli altri. Intendiamo costruire un luogo dove il racconto non è monopolio degli addetti ai lavori, che hanno una visione del mondo e delle cose standardizzata e pronta. Un luogo che crea e trasmette, in ambo i sensi, sensazioni e conoscenza, crea fatti e forma esperienze che intaccano l’illusione e modificano la realtà.
Oltre lo schermo e dietro il sipario, vengono occultate inenarrabili distonie e spaventose devastazioni, in un mondo che visto da qui sembra normale, sembra normale anche la morte di cinque ragazzi uccisi ogni mattina. Esistono conflitti mal raffigurati ed esperienze non rappresentate, che Kufia vuole evocare e fare emergere con la vicinanza. Con il prendersi cura e con l’uso intenso dei cinque sensi vuole capovolgere certezze e incertezze tratte in inganno, vuole strappare il buio all’infinita notte e immettere significato nelle parole vuote, vuole essere un’eco al dolore e una mano clemente.
Kufia è andata a Saffuria, Lifta, Deir Yassin e in altri villaggi, per narrare la storia dei luoghi che non ci sono più. E a Sabra e Chatila, in Libano, per portare la testimonianza di ciò che è rimasto degli abitanti di queste città, che furono inseguiti e massacrati in esilio. A Jenin, per documentare e raccontare il massacro che non c’è stato. In Palestina, paese virtuale, il cui popolo assomiglia alle fiabe di quella terra, che iniziano sempre con la frase “C’era una volta. O forse non c’era”. Kufia è stata tra i cosiddetti “arabi d’Israele”, per raccontare la discriminazione e il razzismo dell’unica democrazia del Medio Oriente; è stata tra i pacifisti israeliani, per raccontare la difficile speranza che deve vivere.
A Jenin, assieme al regista israeliano Juliano Mehr e alla cantante palestinese di cittadinanza israeliana Amal Murqus, all’organizzazione mista Ta’ayush, alle Donne democratiche di Nazareth, al Fronte democratico per l’eguaglianza e la pace e al comitato popolare del campo profughi, Kufia realizzerà la volontà della signora Ruth Fortini: ricostruire il centro culturale di Jenin, che porterà il nome di Franco Lattes Fortini, figlio di un ebreo italiano. Un impegno difficile, rispondere con la cultura, cioè con la vita e la speranza, alla morte. Un impegno che merita il sostegno morale e materiale di tutti. Grazie Kufia.

Ali Rashid,
primo segretario delegazione