La satira, antidoto alla disinformazione
Un sorriso (sotto
i baffi) per opporsi
alla guerra

Da The Guardian a Liberazione: la poetica (e la vita) militante di Enzo Apicella, irriducibile stakanovista della vignetta

Dalla seconda Intifada alle brutali rappresaglie israeliane contro i palestinesi nei territori occupati, dalla strage delle Due Torri ai massacri in Afghanistan e al genocidio annunziato in Iraq, l’assuefazione alla violenza e alla guerra senza fine pervade l’opinione pubblica occidentale e, con la criminale complicità dei mass media, addormenta le coscienze nella Famiglia dell’Uomo. Impellente il richiamo al “Secondo Avvento” di W. Butler Yeats: “Si disgrega ogni cosa, il centro non può reggere. Dilaga la marea torbida di sangue e ogniddove viene annegato il rito dell’innocenza; i migliori mancano di ogni convinzione, mentre i peggiori sono rigonfi di passionale intensità.”
Una premessa necessaria questa per introdurre il tema delle eccezioni, di chi non si adegua ai dettami della hyperpuissance statunitense, del suo zelante vassallo israeliano, al conformismo soffocante degli operatori dell’informazione, di chi articola, urla la sua protesta contro quel comune senso del livore con cui viene schiacciato il comune sentire del genere umano. Uno di queste eccezioni in Italia e in Europa è il disegnatore, umorista, architetto, arredatore e scrittore Enzo Apicella, che su un lungo arco di tempo nelle sue poliedriche attività tra Londra e Roma non ha mai nascosto i suoi orientamenti antimilitaristi e progressisti.
Nella mostra “Amaretti di Sharon” la satira politica diventa attacco frontale, dirompente, senza deviazioni o mediazioni affidate alla grafica. Gran parte delle opere esposte e qui pubblicate è apparsa su Liberazione, l’organo di Rifondazione Comunista, con singolare frequenza quotidiana che ha meritato all’autore il titolo di “stakanovista della vignettistica mondiale.” Prima ancora di ogni giudizio qualitativo sulla sua opera, è questa la prova del suo impegno militante, quasi ossessivo, contro l’ipocrisia e l’ignavia di giornali e Tv, del suo coraggioso tentativo di spezzare la crosta dell’assuefazione alla violenza e alla guerra che sembra ormai paralizzare l’opinione pubblica.
Chi scrive conosce l’Apicella da diversi decenni – non diciamo quanti – ha viaggiato con lui negli Stati Uniti, a Cuba, in Nicaragua e in molti paesi del terzo mondo travolti da conflitti e crisi ricorrenti, ha diretto un quotidiano che si avvaleva della sua collaborazione, ma rare volte ha registrato una così esasperata insofferenza per l’accettazione dell’ingiustizia e della sopraffazione dei diritti dei popoli, nella fattispecie di quello palestinese. Un’insofferenza accompagnata a qualcosa di simile al compiacimento per gli attacchi di cui viene fatto oggetto, ultimo ma non certo unico quello portatogli dalla radicale Emma Bonino. L’anti-sharonismo equiparato all’antisemitismo, per chiudergli la bocca anzi per fermare il suo micidiale pennarello? “Nessuno vuole bombardare il governo Sharon – sorride sotto i baffi da chirghiso – ma questo è il governo che sta bombardando e massacrando un altro popolo semita, quello palestinese.” Antiamericano perché George W. Bush viene effiggiato come un burattinaio con le mani che grondano sangue e petrolio? “Dovrei forse disegnare questo minuns habens texano come Abe Lincoln, F. D. R. o John Kennedy? Allora sì che farei ridere i polli.”
Non ha mai fatto ridere i polli Enzo Apicella, anche quando il suo umorismo alla Lewis Carroll o alla Jonathan Swift prendeva di petto società e costumi britannici, italiani, americani e sovietici. Memorabile a questo proposito la sua lunga collaborazione al quotidiano The Guardian, prima ancora al famoso settimanale Punch e al domenicale Observer di cui fu inviato speciale nella Mosca di Brezhnev. Un segno più lineare e sottile, nessuna didascalia, un’immediatezza di lettura sotto veste sofisticata e a volte enigmatica, che non mirava mai alla risata, ma al sorriso riflessivo, di lunga durata. Chissà quante volte è stata riprodotta ai tempi della Bse e del fallimento dei treni ad alta velocità in Gran Bretagna la vignetta sulla signora Thatcher, una mucca pazza in tacchi a spillo e borsetta nera che fissava con sguardo strabico un lumacone gigante fermo sul binario ferroviario? La ripubblicarono l’Economist, krokodil, Boz, Harper & Queen, Private Eye e forse altri periodici europei a cui l’Apicella collaborava più saltuariamente anche perché negli anni ‘80 era noto per la sua pigrizia; una pigrizia più ostentata che reale, a giudicare dalle dozzine di ristoranti e club da lui progettati e arredati, che hanno cambiato il volto di Londra; per non parlare poi dei numerosi libri e delle raccolte di disegni pubblicate in Gran Bretagna e in Italia, da “Non parlare baciami” a “Memorie di uno smemorato”, da “The Pizza Express Coox Boox” a “Il Guarracino”, da “The Recipes That Made a Million” a “The Good loo Guide.”
Un lungo percorso dunque, dalle annotazioni e divagazioni del passato permeate da surreale ironia alla protesta urlata con pennarello rabbioso dei nostri giorni, una protesta martellante e scandita sull’assioma secondo cui chi subisce passivamente la violenza è altrettanto colpevole di chi la commette.

Lucio Manisco

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