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Il cinema
di Michel Khleifi
La pace si chiama uguaglianza
“Il
mondo deve capire che questa guerra è un problema che riguarda
tutti, non solo Israele e Palestina, in cui è in gioco l'equilibrio
dei rapporti nord-sud e dove si riflettono le contraddizioni della
società contemporanea”
Cristina Piccino intervista a Parigi Michel Khleifi, regista palestinese
che nel suo cinema ha raccontato il suo paese. “Israele è
oggi uno stato razzista e repressivo. Solo quando smetteranno di
considerarci delle bombe, le cose potranno di nuovo cambiare”
da
il manifesto 2 aprile 2002
Israele?
E' uno stato repressivo, che si fonda su leggi razziste. Non cerca
le mezze misure Michel Khleifi, palestinese, regista, da trent'anni
osservatore acuto e profondamente coinvolto del suo paese nel quotidiano
di un conflitto di cui ha saputo raccontare la sofferenza anche
al di fuori delle bombe, delle armi, dei carrarmati e della guerra
dichiarata, dando voce, volto, persistenza nelle sue immagini mai
scontate a quanti non ne avevano mai avuta in modo diretto e pungente.
È un percorso, il suo cinema, che dalla Memoria fertile alla
Favola dei tre diamanti, passando per Nozze in Galilea e Cantico
delle pietre ci parla di un popolo, della sua Storia, della sua
vita, dell'amore, di una ritualità dell’esistenza sotto
una continua occupazione, dei sogni e delle utopie che si sono spezzati,
negli anni, lungo i confini e i check point. Senza retorica, senza
enfasi, nello svolgersi di una dimensione di piccole storie, personalissime,
di chi guarda nella paura e nella morte libera un'energia più
forte, la necessità comunque di vivere la propria dimensione
umana, di felicità, di emozioni.
Michel Khleifi, che vive da molto tempo a Bruxelles, dove insegna
alla scuola nazionale di cinema e teatro, sta lavorando anche a
un progetto di film, dopo anni di silenzio. Un silenzio, ci spiega
necessario, che risponde al bisogno di trovare le parole, e le immagini,
giuste per il presente, con le quali come sempre scavare in profondità.
“Non si deve dimenticare che il movimento sionista è
un movimento del XIX secolo, è un nazionalismo del XIX secolo
con tutte le tare dei nazionalismi di quell'epoca che hanno prodotto
Mussolini in Italia, il nazismo, le spinte nazionaliste più
a destra... In paragone il nazionalismo arabo nato tra le due guerre
non è durato a lungo e non è riuscito a radicarsi
nei nazionalismi del secolo. Credo che sia importante precisare
questo punto” dice Khleifi guardando alle cronache di questi
giorni. .
C.
P. - A cosa ti riferisci?
M.
K. - Mi chiedo: perché tutto a un tratto dovrebbe esserci
un'adesione più forte al sionismo nel mondo contemporaneo?
Penso che sia un un errore affermarlo perché nel fondo è
quanto i sionisti vogliono, come tanta gente di estrema sinistra
negli anni 70 che è diventata di destra, anche intellettuali,
persino dei leader nel movimento studentesco del 68.
C.
P. - E perché secondo te?
M.
K. - È un po' la “costrizione patologica” di
cui parla Pasolini all'inizio degli anni Settanta criticando il
movimento omosessuale, pure se lui lo era. Cercava di capire questa
“costrizione patologica” nei temini di una malattia,
quale sono tutti nazionalismi esasperati. Chi si incontra per cantare
i valori dell'Islam, del cristianesimo, dei lombardi se non dei
“malati” che cercano di costruire un mondo simbolico
chiuso in grado di soddisfare questa loro “patologia”?
Si può essere profondamente credenti come i miei genitori
che pure sono progressisti. In passato ogni famiglia aveva un prete,
un rabbino, un monaco, ma a un certo punto c'è stato un processo
di liberazione, rispetto alle istituzioni religiose senza per questo
rinunciare alla fede. Perché si può essere credenti
e progressisti nel rispetto dell'altro, della cittadinanza, di una
coscienza del mondo in cui dobbiamo vivere insieme.
C.
P. - Torniamo al sionismo...
M.
K. - Ora gli interessi in gioco sono molto più grandi. Prima,
cioè nel secolo XIX, si trattava della lotta per la sopravvivenza
in un'Europa dove le “minoranze” avevano sempre problemi,
che era a forte maggioranza cristiana, cattolica o protestante,
e non si può certo dire che tutti i sionisti fossero uguali.
Molti di loro hanno lottato per la laicità, per un mondo
nuovo, per il concetto di cittadinanza.
Uno stato in Palestina poteva essere uno stato nuovo come l'Australia
o l'America, composti da cittadinanze diverse. Loro però
volevano uno stato basato sul diritto di sangue, esclusivamente
ebreo. Del resto lo dicono chiaramente, non tollerano che i palestinesi
siano rimasti lì fino a oggi. La mia famiglia, per esempio.
Sono nato a Nazareth, i miei sono restati in quella regione che
è diventata Israele, abbiamo avuto il passaporto israeliano,
siamo già alla quarta generazione, noi, i miei genitori,
i nostri figli, i nostri nipoti, e ci sono ancora ministri del governo
israeliano che ci minacciano d'espulsione. Siamo sempre all'ideologia
del XIX secolo che voleva esculdere le minoranze, alla “costrizione
patologica”...
C.
P. - Eppure nella storia di Israele c'è una componente laica,
progressista, con un progetto di stato molto diverso...
M.
K. - Sì ma stiamo parlando ancora di una laicità “messianica”,
di gente cioè che si sentiva investita da una missione divina.
Il problema è che la lotta per la sopravvivenza pian piano
è diventata una lotta per il potere e per il denaro, perché
Israele è un riferimento cruciale per il capitale di qualunque
tipo nel mondo, e tutto questo purtroppo sta dietro a un potere
chiuso, basato sul diritto di sangue, su un'idea di clan. E nessun
paese vive su questo. Ho fatto un film nell'95, Matrimonio misto,
in cui mostravo matrimoni tra arabi e ebrei che fossero arabi musulmani
o cristiani, uomini o donne... Siccome è un paese religioso
tutti devono sposarsi con il rito religioso e così alcuni
di loro si sono convertiti: c'era un ebreo che diventa muslumano
o cristiano e viceversa. La cosa incredibile è che se un
ebreo si converte all'Islam diventa cittadino della seconda zona
e quando accade il contrario, cioè un palestinese si converte
all'ebraismo diventa cittadino a titolo pieno e colonizzatore mentre
la sua famiglia rimane colonizzata. Israele fa una propaganda come
se si trattasse di un film hollywoodiano, usando tutto il tempo
arrangiamenti, ritocchi. L'altro aspetto fondamentale è che
la tragedia palestinse e il conflitto sono legati alla modernità.
È la tragedia dell'individuo contemporaneo diviso tra un
mondo virtuale e un mondo reale in cui non si riesce più
a sapere dove sta la realtà e dove il virtuale. Prendiamo
il punto di vista di Israele. La sua legittimità è
basata su un'idea virtuale che è dio, ovvero internet, un'entità
da qualche parte che ha detto questo o quello. E' impossibile sapere
se esiste o no, bisogna credere, aderire alla fede, e come dice
san Paolo, la fede non si discute, esula dalla ragione. Quindi questa
legittimità ha una base virtuale. Secondo punto, le frontiere.
Non sappiamo cosa vuole il governo israeliano, la divisione, il
’48, il ’67, la Grande Israele? Tutto è possibile.
Terzo punto, l'idea del popolo. Anche questa è virtuale e
ovunque. Si può parlare di italiani e poi dieci anni dopo
ecco che si parla di lombardi, siciliani, e tutto cambia. Malgrado
ciò è comunque designata attraverso una storia in
rapporto alla memoria, alla terra, etc. Da parte israeliana, ripeto,
è virtuale, può essere una costruzione immaginaria,
il popolo di dio, mitica, Mosè, può fondarsi su tutti
quelli che hanno la madre ebrea. Ogni tanto in Israele ci sono dibattiti
su questo, ma anche quando si arriva a uno stadio di riflessione
così stupido, perché non si possono aggiungere due
milioni o tre di palestinesi il cui problema di sopravvivenza è
concreto, nella realtà? Che fare con gente che dal 48 è
costretta allo statuto da rifugiati, che avevano villaggi, case,
alberi, e non sanno più cosa gli appartiene? È questa
la tragedia, ci sono persone che fondano la loro legittimità
su una serie di idee virtuali, e altre costrette a una realtà
in cui gli viene negata ogni concezione moderna, uno stato, una
legittimità, una società.
C.
P. - Ma questa relazione tra stato e religione caratterizza molti
paesi ed è stata anche nell'Islam uno strumento di sconfitta
per le forme di pensiero più avanzate.
M.
K. - L'Islam come l'ebraismo si fonda sul diritto di sangue. Un
musulmano è tale per via paterna come l'ebreo lo è
per linea materna. Nel cristianesimo invece si tratta di una comunione,
si deve essere battezzati, avere una comunione con il Cristo, non
è automatico, non rimanda ai genitori, c'è un rito
di “adesione”. È chiaro che se poi uno nasce
in una famiglia religiosa viene educato secondo quei principî,
ma questa differenza è importante perché permette
all'individuo di esistere al di là dei suoi legami di sangue.
Parlando dell'Islam politico, ogni tentativo di costruire uno stato
moderno è stato bloccato, il socialismo non ha funzionato,
il capitalismo neanche e pure quando ci sono i principi come in
Arabia Saudita non va bene. Ma il mondo contemporaneo si basa sul
profitto, e come ha detto qualcuno “se con la merda si facessero
soldi i poveri non avrebbero più il culo”. Finché
ci sono i dollari del petrolio nei paesi musulmani ci saranno guerre
“per l'Islam”, la ricerca tecnologica è legata
anche a quella militare, e così perché l'uomo occidentale
ha diritto ad avere bombe, armi e gli altri no? Perché Israele
può avere queste armi e il mondo arabo no? O si accetta che
anche gli altri, partecipando alla “costrizione patologica”
abbiano il diritto pure se per vie tortuose, attraverso nazionalismi
o integralismi, di arrivare a un'autonomia - che devono avere -
oppure si ragiona in un altro modo.
C.
P. - Definiresti la politica di Israele verso i palestinesi coloniale?
M.
K. - La differenza rispetto all'Inghilterra o alla Francia, ad esempio,
è che hanno imposto all'Africa i loro modi di vita, ma non
si sono appropriati, almeno formalmente, delle terre come è
accaduto in Australia o nell'America del nord o in Sudafrica. Per
poter regnare eternamente Israele ha bisogno di unificare la lingua
e di imporre la religione unica. Mi sembra impossibile però
che ciò accada. Forse vivrò ancora venti o trenta
anni, ma sarò sempre fiero di avere partecipato alla lotta
per la pace, per la giustizia, per l'uguaglianza, e per tutti, israeliani
e palestinesi, e per il mondo, che credo non appartenga a nessuno
ma che sia di tutti. So che abbiamo messo il seme di una battaglia
a lungo termine e non vedo Israele come un'isola di prosperità
in un oceano di poveri. E lo stesso vale per l'Europa. La pace in
medioriente riguarda il mediterraneo del sud e del nord, dunque
il mondo arabo e l'Europa. Israele non deve essere più un'entità
razzista e colonizzatrice, e per il bene della società israeliana
come del resto. Non si può accettare che famiglie, anche
di kamikaze, abbiano lavorato per gli israeliani anni e anni senza
essere pagati, o che siano stati sfruttati... Quando c'è
una società che sogna non ci sia più un palestinese
al mondo, ecco che si parla di massacro. Loro pensano che devono
mandare tutti i palestinesi altrove, e inoltre gli intellettuali
di sinistra accettano queste cose.
Ma in Israele sono prigionieri di un sistema mentale che hanno creato
loro stessi, di un fascismo, di un comunitarsimo da clan, che fa
pensare a una visione animale, da babbuini, che vivono in gruppo
tra loro. Penso che il giorno in cui smetteranno di pensare che
noi siamo delle bombe ma che siamo solo persone, alcune buone altre
cattive, allora riuscirà a smettere di essere uno stato razzista,
ferocemente repressivo. Solo così potrà cambiare.
C.
P. - Sharon si appella alla lotta al terrorismo...
M.
K. - Ho parlato con mia sorella questi giorni, che pure fa parte
di quella piccola borghesia senza storia, che guarda al mondo con
neutralità. Eppure mi domandava ma perché nessuno
ci aiuta? Mi viene da rispondergli la stessa cosa che direi a un
regista che fa buoni film e mi chiede perché il pubblico
non li vede. Non lo so. Ma non c'è una contraddizione in
questo. Siamo in un rapporto di forza. Ci sono due realtà
di fronte al mondo, una che si conosce e l'altra no. In più
nella mentalità diffusa c'è il problema con l'ebraismo,
con la shoah, che dovrebbe essere separato dalla questione di Israele
anche per evitare confronti pericolosi. Ci sono gli interessi economici,
quindi è più facile restare neutri, ma il problema
è che a lungo termine quanto sta accadendo si rivolgerà
contro tutti. Mi viene in mente quando giravo Nozze in Galilea,
con un marito impotente, e allora mi sembrava una metafora dei palestinesi
e del mondo arabo. Oggi mi chiedo se non sia piuttosto una metafora
del mondo intero. Siamo impotenti di fronte a questa violenza criminale.
C.
P. - Cosa credi che succederà? La pace sembra ormai impossibile.
M.
K. - Per quanto mi riguarda non accetterei mai, e fino alla fine
della mia vita, che l'eguaglianza con l'altro. Non posso pensare
che qualcuno israeliano valga più di me, è un problema
di dignità umana se no il ragazzo kamikaze ha ragione. Io
vorrei un avvenire che possa essere vissuto nella felicità
e nella pace, ma tutto questo può esistere solo nell'uguaglianza,
avendo gli stessi diritti.

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