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Franco Fortini
I cani del Sinai
con una Nota 1978 per Jean-Marie Straub
e in appendice Lettera agli ebrei italiani
a
cura del Centro studi Franco Fortini
Quodlibet, 2002 - 8,50 euro
“Se
tu non vuoi più credere alla verità, nessuno vorrà
più credere a te”. Con la citazione di queste parole
che Zelman Lewental scrisse nell’agosto del 1944 ad Auschwitz
prima di essere ucciso dai nazisti, si chiude I cani del Sinai,
uno dei libri più intensi di Franco fortini. Libro che sfugge
ad ogni definizione, attraversa e supera ogni genere: pamphlet e
autobiografia, racconto e saggio; prosa tesissima e lapidaria, scandita
in brevi paragrafi, ma obbediente ad una metrica autonoma e rigorosa
come in una poesia.
Scritto a “muscoli tesi, con rabbia estrema” nell’estate
del ’67 a ridosso della “guerra dei sei giorni”,
I cani del Sinai è un libro contro: contro “quanti
amano correre in soccorso ai vincitori”, contro “il
diffuso e razzistico disprezzo antiarabo”, contro “l’esaltazione
della civiltà e della tecnica ‘moderne’ incarnate
in Israele”; ma è anche e soprattutto il luogo in cui
Fortini volle “chiarire a se stesso la storia di un combattuto
rapporto con le proprie origini”. E forse proprio da questa
doppia lettura di presente e passato, dalla volontà ostinata
di tenere insieme l’interpretazione di sé e della storia
(di sé nella storia) e dalla speranza di “disegnare
il futuro (…) segnando a dito, con esattezza, le fosse di
quel che non c’è, le lacune del reale”, nasce
la forza, non intaccata dal tempo, di queste pagine, da cui Jean-Marie
Straub e Danièle Huillet trassero un film a sua volta memorabile.
Lettera
agli ebrei italiani*
Franco Lattes Fortini
Ogni
giorno siamo informati della repressione israeliana contro la popolazione
palestinese. E ogni giorno più distratti dal suo significato,
come vuole chi la guida. Cresce ogni giorno un assedio che insieme
alle vite, alla cultura, le abitazioni, le piantagioni e la memoria
di quel popolo – nel medesimo tempo – distrugge o deforma
l’onore di Israele. In uno spazio che è quello di una
nostra regione, alla centinaia di uccisi, migliaia di feriti, decine
di migliaia di imprigionati – e al quotidiano sfruttamento
della forza-lavoro palestinese, settanta o centomila uomini –
corrispondono decine di migliaia di giovani militari e coloni israeliani
che per tutta la loro vita, notte dopo giorno, con mogli, i figli
e amici, dovranno rimuovere quanto hanno fatto o lasciato fare.
Anzi saranno indotti a giustificarlo. E potranno farlo solo in nome
di qualche cinismo real-politico e di qualche delirio nazionale
o mistico, diverso da quelli che hanno coperto di ossari e monumenti
l’Europa solo perché è dispiegato nei luoghi
della vita d’ogni giorno e con la manifesta complicità
dei più. Per ogni donna palestinese arrestata, ragazzo ucciso
o padre percosso e umiliato, ci sono una donna, un ragazzo, un padre
israeliano che dovranno dire di non aver saputo oppure, come già
fanno, chiedere con abominevole augurio che quel sangue ricada sui
propri discendenti. Mangiano e bevono fin d’ora un cibo contaminato
e fingono di non saperlo. Su questo, nei libri dei loro e nostri
profeti stanno scritte parole che non sta a me ricordare.
Quell’assedio può vincere. Anche le legioni di Tito
vinsero. Quando dalle mani dei palestinesi le pietre cadessero e
– come auspicano i ‘falchi’ di Israele –
fra provocazione e disperazione, i palestinesi avversari della politica
di distensione dell’Olp, prendessero le armi, allora la strapotenza
militare israeliana si dispiegherebbe fra gli applausi di una parte
della opinione internazionale e il silenzio impotente di odio di
un’altra parte, tanto più grande. Il popolo della memoria
non dovrebbe disprezzare gli altri popoli fino a crederli incapaci
di ricordare per sempre.
Gli ebrei della Diaspora sanno e sentono che un nuovo e bestiale
antisemitismo è cresciuto e va rafforzandosi di giorno in
giorno fra coloro che dalla violenza della politica israeliana (unita
alla potente macchina ideologica della sua propaganda, che la Diaspora
amplifica) si sentono stoltamente autorizzati a deridere i sentimenti
di eguaglianza e le persuasioni di fraternità. Per i nuovi
antisemiti gli ebrei della Diaspora non sono che agenti dello Stato
di Israele. E questo è anche l’esito di un ventennio
di politica israeliana.
L’uso che questa ha fatto della Diaspora ha rovesciato, almeno
in Italia, il rapporto fra sostenitori e avversari di tale politica,
in confronto al 1967. Credevano di essere più protetti e
sono più esposti alla diffidenza e alla ostilità.
Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere
fra politica israeliana ed ebraismo. Va detto anzi che proprio la
tradizione della sinistra italiana (da alcuni filoisraeliani sconsideratamente
accusata di fomentare sentimenti razzisti) è quella che nei
nostri anni ha più aiutato, quella distinzione, a mantenerla.
Sono molti a saper distinguere e anch’io ero di quelli. Ma
ogni giorno di più mi chiedo: come sono possibili tanto silenzio
o non poche parole equivoche fra gli ebrei italiani e fra gli amici
degli ebrei italiani? Coloro che, ebrei o amici degli ebrei –
pochi o molti, noti o oscuri, non importa – credono che la
coscienza e la verità siano più importanti della fedeltà
e della tradizione, anzi che queste senza di quelle imputridiscano,
ebbene parlino finché sono in tempo, parlino con chiarezza,
scelgano una parte, portino un segno. Abbiano il coraggio di bagnare
lo stipite delle loro porte col sangue dei palestinesi, sperando
che nella notte l’Angelo non lo riconosca; o invece trovino
la forza di rifiutare complicità a chi quotidianamente ne
bagna la terra, che contro di lui grida. Né smentiscano a
se stessi, come fanno, parificando le stragi del terrorismo a quelle
di un esercito inquadrato e disciplinato. I loro figli sapranno
e giudicheranno.
E se ora mi si chiedesse con quale diritto e in nome di quale mandato
mi permetto di rivolgere queste domande, non risponderò che
lo faccio per rendere testimonianza della mia esistenza o del cognome
di mio padre e della sua discendenza da ebrei. Perché credo
che il significato e il valore degli uomini stia in quello che essi
fanno di sé medesimi a partire dal proprio codice genetico
e storico non in quel che con esso hanno ricevuto in destino. Mai
come su questo punto – che rifiuta ogni ‘voce del sangue’
e ogni valore al passato ove non siano fatti, prima, spirito e presente;
sì che a partire da questi siano giudicati – credo
di sentirmi lontano da un punto capitale dell’ebraismo o da
quel che pare esserne manifestazione corrente.
In modo affatto diverso da quello di tanti recenti, e magari improvvisati,
amici degli ebrei e dell’ebraismo, scrivo queste parole a
una estremità di sconforto e speranza perché sono
persuaso che il conflitto di Israele e di Palestina sembra solo,
ma non è, identificabile a quei tanti conflitti per l’indipendenza
e la libertà nazionali che il nostro secolo conosce fin troppo
bene. Sembra che Israele sia e agisca oggi come una nazione o come
il braccio armato di una nazione, come la Francia agì in
Algeria, gli Stati Uniti in Vietnam o l’Unione Sovietica in
Ungheria o in Afghanistan. Ma, come la Francia era pur stata, per
il nostro teatro interiore, il popolo di Valmy e gli americani quelli
del 1775 e i sovietici quelli del 1917, così gli ebrei, ben
prima che soldati di Sharon, erano i latori di una parte dei nostri
vasi sacri, una parte angosciosa e ardente della nostra intelligenza,
delle nostre parole e volontà. Non rammento quale sionista
si era augurato che quella eccezionalità scomparisse e lo
Stato di Israele avesse, come ogni altro, i suoi ladri e le sue
prostitute. Ora li ha e sono affari suoi. Ma il suo Libro è
da sempre anche il nostro, e così gli innumerevoli vivi e
morti libri che ne sono discesi. È solo paradossale retorica
dire che ogni bandiera israeliana da nuovi occupanti innalzata a
ingiuria e trionfo sui tetti di un edificio da cui abbiano, con
moneta o minaccia, sloggiato arabi o palestinesi della città
vecchia di Gerusalemme, tocca alla interpretazione e alla vita di
un verso di Dante o al senso di una cadenza di Brahms?
La distinzione fra ebraismo e stato d’Israele, che fino a
ieri ci era potuta parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi,
è stata rimessa in forse proprio dall’assenso o dal
silenzio della Diaspora. E ci ha permesso di vedere meglio perché
non sia possibile considerare quel che avviene alle porte di Gerusalemme
come qualcosa che rientra solo nella sfera dei conflitti politico-militari
e dello scontro di interessi e di poteri. Per una sua parte almeno,
quel conflitto mette a repentaglio qualcosa che è dentro
di noi.
Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente
uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi
di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di
verità e sapienza che, nella e per la cultura d’Occidente,
è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla
sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle
persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea cristiana,
Simone Weil, ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche
da più di due, oso aggiungere. Ogni giorno di guerra contro
i palestinesi, ossia di falsa coscienza per gli israeliani, a sparire
o a umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una memoria, una pergamena,
un sentimento, un verso, una modanatura della nostra vita e patria.
Un poeta ha parlato del proscritto e del suo sguardo “che
danna un popolo intero intorno ad un patibolo”: ecco, intorno
ai ghetti di Gaza e Cisgiordania ogni giorno Israele rischia una
condanna ben più grave di quelle dell’Onu, un processo
che si aprirà ma al suo interno, fra sé e sé,
se non vorrà ubriacarsi come già fece Babilonia.
La nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazioni
palestinese; lo è, ripeto, dalla dissipazione che Israele
viene facendo di un tesoro comune. Non c’è laggiù
università o istituto di ricerca, non biblioteca o museo,
non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di compensare
l’accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica
della sopraffazione induce nella vita e nella educazione degli israeliani.
E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici. Uno
dei quali sono io. Se ogni loro parola toglie una cartuccia dai
mitra dei soldati dello Tsahal, un’altra ne toglie anche a
quelli, ora celati, dei palestinesi. Parlino, dunque.
* pubblicata
su “il manifesto” il 24 maggio 1989 e poi ripresa sulla
“Rivista del manifesto” (n. 21, ottobre 2001). Dopo
l’edizione del ’79 dei Cani del Sinai Fortini è
tornato più volte sul tema del Medio Oriente, sul conflitto
che dal ’46 dura sino ad oggi in quella regione e sulla sua
gestione da parte dei media. Va ricordata una intera parte di Extrema
ratio (Milano, Garzanti, 1990), intitolata Un luogo sacro, dedicata
al racconto di un soggiorno a Gerusalemme avvenuto nell’aprile
dell’89.

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