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Edward Said
Una finestra sul mondo
Gli intellettuali occidentali hanno contribuito a preparare e giustificare
la guerra all’Iraq. Venticinque anni dopo la pubblicazione
di Orientalismo, Edward Said ribadisce le sue tesi nella nuova introduzione
al libro.
da
Internazionale - n. 503, 28 agosto 2003
Nove
anni fa, nella primavera del 1994, ho scritto una postfazione a
Orientalismo in cui tentavo di chiarire quello che pensavo
di aver detto e non detto nel mio libro. In quella postfazione sottolineavo
non soltanto i molti dibattiti che si sono aperti a partire dal
1978, anno della prima edizione del saggio, ma anche gli errori
d’interpretazione sempre più frequenti a cui si prestava
quell’opera sulle rappresentazioni correnti dell’“Oriente”.
Il fatto che io oggi reagisca a queste interpretazioni con più
ironia che irritazione rivela chiaramente fino a che punto sto cedendo
all’incalzare dell’età. La recente scomparsa
di due miei grandi mentori intellettuali, politici e personali –
gli scrittori e militanti Eqbal Ahmad e Ibrahim Abu-Lughod –
ha suscitato in me tristezza e senso di perdita, ma anche rassegnazione
e una certa ostinata volontà di andare avanti.
Nel mio libro di memorie Sempre nel posto sbagliato. Autobiografia
(1999) descrivevo i mondi strani e contraddittori in cui sono cresciuto,
e presentavo ai miei lettori e a me stesso una descrizione particolareggiata
degli ambienti della Palestina, dell’Egitto e del Libano che
hanno inciso sulla mia formazione. Ma quella era una descrizione
molto personale, che si fermava prima degli anni del mio impegno
politico, cominciato dopo la guerra arabo-israeliana del 1967.
Orientalismo è un libro molto legato alla dinamica
tumultuosa della storia contemporanea. Nelle sue pagine sostengo
che tanto il termine Oriente quanto il concetto di Occidente non
hanno alcuna consistenza ontologica: entrambi sono opere dell’uomo,
in parte come autoaffermazione, in parte come identificazione dell’Altro.
Queste grandi finzioni si prestano facilmente alla manipolazione
e all’organizzazione delle passioni collettive. Questo non
è mai stato più evidente di ora, quando la mobilitazione
della paura, dell’odio, del disgusto e dei rinascenti orgoglio
e arroganza – sentimenti che per la maggior parte hanno a
che fare con l’islam e gli arabi da un lato, e “noi”
occidentali dall’altro – sono imprese su larga scala.
La prima pagina di Orientalismo si apre con una descrizione
della guerra civile libanese. Quella guerra terminò nel 1990,
ma le violenze e gli orrendi spargimenti di sangue proseguono tuttora.
Abbiamo assistito al fallimento del processo di pace di Oslo, allo
scoppio della seconda intifada e alle spaventose sofferenze inflitte
ai palestinesi dalla nuova invasione della Cisgiordania e di Gaza.
Ha fatto la sua comparsa il fenomeno degli attentatori suicidi,
con tutte le sue atroci manifestazioni, nessuna delle quali naturalmente
è più ripugnante e apocalittica degli eventi dell’11
settembre 2001 con le loro conseguenze, le guerre contro l’Afghanistan
e l’Iraq. Mentre scrivo queste righe, prosegue l’occupazione
illegale dell’Iraq da parte della Gran Bretagna e degli Stati
Uniti, le cui conseguenze sono autenticamente preoccupanti. Tutto
ciò fa parte di quello che viene definito uno scontro fra
civiltà implacabile, irrimediabile, senza fine. Io invece
non lo credo.
Il
potere bruto
Vorrei poter affermare che negli Stati Uniti la comprensione generale
del Medio Oriente, degli arabi e dell’islam è migliorata,
ma purtroppo non è così. Per diverse ragioni in Europa
la situazione sembra migliore. Negli Stati Uniti l’irrigidimento
delle posizioni, la morsa sempre più stretta delle generalizzazioni
svilenti e dei cliché trionfalistici, il dominio del potere
bruto alleato con il disprezzo semplicistico per i dissidenti e
gli “altri” ha trovato un degno correlativo nel saccheggio
e nella distruzione delle biblioteche e dei musei iracheni.
I governanti americani e i loro lacchè intellettuali sembrano
incapaci di capire che la storia non si può cancellare come
una lavagna per permettere a “noi” di scrivere il nostro
futuro, imporre le nostre forme di vita e pretendere che quei popoli
inferiori le seguano. È abbastanza comune, a Washington e
non solo, ascoltare importanti esponenti politici che parlano di
ridisegnare la carta geografica del Medio Oriente, come se antiche
società e una miriade di popoli si potessero rimescolare
come noccioline in un barattolo.
Ma questo è accaduto spesso con l’“Oriente”,
concetto semi-mitico che dopo l’invasione napoleonica dell’Egitto
alla fine del diciottesimo secolo è stato fatto e rifatto
innumerevoli volte dal potere che ha agito attraverso una forma
di sapere, costruita appositamente, per affermare che questa è
la natura dell’Oriente e che dobbiamo affrontarla di conseguenza.
In questo processo gli innumerevoli sedimenti della storia –
una varietà vertiginosa di popoli, lingue, esperienze e culture
– vengono accantonati o ignorati, mandati al macero insieme
ai tesori archeologici ridotti in frammenti e portati via dalle
biblioteche e dai musei di Baghdad.
La mia tesi è che la storia è fatta da uomini e donne,
e può essere disfatta e riscritta, sempre con omissioni e
silenzi, sempre con forme imposte e distorsioni tollerate, in modo
che il “nostro” est, il “nostro” Oriente
diventi una cosa “nostra” che possiamo possedere e dirigere
a piacimento. Nutro grande considerazione per la forza e il talento
che i popoli di quella regione mostrano nel continuare a lottare
per la loro idea di ciò che sono e vogliono essere.
L’attacco alle società arabe e musulmane contemporanee
per la loro arretratezza, per la mancanza di democrazia e per la
negazione dei diritti delle donne è stato talmente massiccio
e aggressivo che abbiamo dimenticato una cosa semplice: i concetti
di modernità, illuminismo e democrazia non sono così
ovvi e condivisi. La disinvoltura sbalorditiva di certi giornalisti,
i quali parlano in nome della politica estera senza avere la minima
conoscenza della lingua realmente parlata dalla gente, ha creato
dal nulla un paesaggio desertico su cui la potenza americana può
costruire un finto modello di “democrazia” da libero
mercato.
Ma c’è una differenza fra quella conoscenza di altri
popoli e altri tempi che scaturisce dalla comprensione, dall’empatia,
da uno studio e un’analisi attenti e condotti per amor di
ricerca, e l’altra conoscenza, che s’inscrive in una
campagna generale di autoaffermazione, belligeranza e guerra aperta.
Indubbiamente, una delle catastrofi intellettuali della storia è
il fatto che un manipolo di politici americani non eletti abbia
orchestrato una guerra imperialistica e l’abbia mossa contro
una sconquassata dittatura da terzo mondo per motivi prettamente
ideologici, legati al dominio del mondo, al controllo sulla sicurezza
del pianeta e delle sue scarse risorse, ma mascherata nelle sue
vere intenzioni, sollecitata e preparata da certi orientalisti che
hanno tradito la propria vocazione di studiosi.
Gli
esperti
Le persone che hanno più influito sul Pentagono e sul Consiglio
per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Bush sono
stati personaggi come Bernard Lewis e Fouad Ajami, i due esperti
del mondo arabo e islamico che hanno aiutato i falchi americani
a pensare fenomeni ridicoli come la “mentalità araba”
e l’ormai secolare declino dell’islam, che soltanto
la potenza americana, secondo loro, può arrestare.
Oggi le librerie statunitensi sono piene di mediocri libercoli dai
titoli allarmistici che parlano di islam e terrorismo, di minaccia
araba e di pericolo musulmano, scritti da polemisti che fanno finta
di avere una conoscenza mutuata da esperti che si spacciano per
profondi conoscitori di quei bizzarri popoli orientali. La Cnn e
la Fox tv, la miriade di commentatori evangelici e di destra ospitati
da programmi radiofonici, innumerevoli tabloid e perfino riviste
mediocri, hanno riciclato le stesse invenzioni non verificabili
e le stesse grossolane generalizzazioni per aizzare l’“America”
contro il demone straniero.
Il
nocciolo del dogma
La guerra contro l’Iraq non avrebbe avuto luogo se non fosse
stata diffusa in modo organizzato l’idea che quelli laggiù
non sono come “noi” e non condividono i “nostri”
valori: insomma, senza il nocciolo stesso del dogma tradizionale
dell’orientalismo.
I consiglieri americani del Pentagono e della Casa Bianca usano
gli stessi cliché, gli stessi stereotipi denigratori, le
stesse giustificazioni del potere e della violenza (in fin dei conti,
dice il ritornello, l’unica cosa che quella gente capisce
è il linguaggio della forza) che usavano gli studiosi reclutati
dai conquistatori olandesi della Malesia e dell’Indonesia,
dalle armate britanniche in India, in Mesopotamia, in Egitto e in
Africa occidentale, dagli eserciti francesi in Indocina e in Nordafrica.
Adesso, in Iraq, queste persone sono state affiancate da una schiera
di ditte appaltatrici private e di zelanti imprenditori cui verrà
affidato di tutto, dalla redazione dei libri di testo e della costituzione,
alla riorganizzazione della vita politica dell’Iraq e alla
privatizzazione della sua industria petrolifera.
Da sempre, nei discorsi ufficiali, ogni impero dichiara di non essere
come gli altri, di nascere in condizioni particolari e di avere
una missione: illuminare, civilizzare, portare ordine e democrazia.
E da sempre sostiene di usare la forza soltanto come ultimo rimedio.
Ma ancor più triste è vedere che c’è
sempre un coro di volenterosi intellettuali pronti a presentare
l’impero sotto una luce benevola o altruistica con parole
tranquillizzanti.
Venticinque anni dopo la sua prima edizione, Orientalismo torna
a sollevare la questione se l’imperialismo moderno sia mai
finito, o se invece sia proseguito in Oriente dopo l’ingresso
di Napoleone in Egitto due secoli fa. Arabi e musulmani si sono
sentiti dire che fare le vittime e lagnarsi incessantemente delle
depredazioni dell’impero non è che un modo per sottrarsi
alle responsabilità del presente. “Avete sbagliato,
avete fallito”, dice loro l’orientalista moderno. Sulla
stessa linea si colloca il contributo letterario di V.S. Naipaul,
il quale descrive le vittime dell’impero intente a lamentarsi
mentre il loro paese va in malora.
Che superficialità nel valutare l’intrusione imperiale!
E che scarso desiderio di tenere conto dell’interminabile
successione di anni durante i quali l’impero continua a pesare
sulla vita dei palestinesi, tanto per fare un esempio, oppure dei
congolesi, degli algerini o degli iracheni.
Si pensi, invece, alla sequenza che ha inizio con Napoleone, continua
con l’ascesa degli studi orientalistici e la conquista del
Nordafrica, passa attraverso analoghe imprese in Vietnam, in Egitto,
in Palestina e poi, per tutto il ventesimo secolo, prosegue nella
lotta per il petrolio e il controllo strategico sul Golfo, l’Iraq,
la Siria, la Palestina e l’Afghanistan. Si pensi inoltre all’ascesa
dei nazionalismi anticoloniali per il breve periodo dell’indipendentismo
liberale, all’era dei colpi di mano militari, delle insurrezioni,
delle guerre civili, del fanatismo religioso, della lotta irrazionale
e della brutalità senza mediazioni nei confronti dell’ennesimo
branco di “indigeni”. Ognuna di queste epoche e di queste
fasi produce una sua conoscenza distorta dell’altro; ognuna
dà luogo a immagini riduttive, a polemiche litigiose.
In Orientalismo l’idea era usare la critica umanistica
per ampliare il terreno dello scontro, per introdurre una sequenza
di pensiero e di analisi più lunga, che potesse prendere
il posto delle brevi raffiche di furia polemica in cui siamo ingabbiati,
una furia che paralizza il pensiero. Quel che ho cercato di fare
l’ho chiamato “umanesimo”, termine che continuo
ostinatamente a usare malgrado l’atteggiamento sprezzante
con cui lo liquidano i sofisticati critici postmoderni. Per “umanesimo”
intendo innanzitutto il tentativo di sciogliere quelle che Blake
definì poeticamente “le pastoie forgiate dalla mente”,
cosicché si possa usare la propria mente in modo storico
e razionale allo scopo di raggiungere una comprensione riflessiva.
Aggiungo che l’umanesimo affonda le radici nel senso di comunanza
con altri interpreti e altre società e periodi, tanto che
a rigor di termini l’umanista non può esistere nell’isolamento.
Il
contesto della storia
È dunque corretto affermare che ogni sfera è legata
all’altra e che nulla di quanto accade nel nostro mondo è
mai isolato e immune da influssi esterni. Dobbiamo parlare dei problemi
dell’ingiustizia e della sofferenza collocandoli nel più
ampio contesto della storia, della cultura e della realtà
socioeconomica. Ho trascorso gran parte della mia vita, in questi
ultimi trentacinque anni, a sostenere il diritto del popolo palestinese
all’autodeterminazione nazionale, ma ho sempre tentato di
farlo accordando piena attenzione alla realtà del popolo
ebraico, delle persecuzioni e del genocidio che ha subìto.
La cosa importante è che la lotta per l’uguaglianza
in Palestina/Israele deve tendere a una finalità umana, cioè
la coesistenza, non l’ulteriore repressione e negazione.
In quanto umanista e studioso di letteratura, sono abbastanza anziano
da aver ricevuto la mia formazione quarant’anni fa nel campo
della letteratura comparata, le cui idee guida risalgono ad autori
attivi in Germania fra la fine del diciottesimo secolo e l’inizio
del diciannovesimo. Ma non si deve dimenticare lo straordinario
contributo creativo di Giambattista Vico, il filosofo e filologo
napoletano le cui idee anticiparono quelle di pensatori tedeschi
come Herder e Wolf, seguiti poi da Goethe, Humboldt, Dilthey, Nietzsche,
Gadamer e infine dai grandi filologi romanzi del ventesimo secolo,
Erich Auerbach, Leo Spitzer ed Ernst Robert Curtius.
Ai giovani dell’attuale generazione, l’idea stessa di
filologia suggerisce qualcosa di insopportabilmente antiquato e
stantio. In realtà la filologia è la più fondamentale
e creativa delle arti interpretative. Ai miei occhi è esemplificata
nel modo più ammirevole dall’interesse che Goethe aveva
in generale per l’islam e in particolare per Hafiz, il poeta
sufico persiano del quattordicesimo secolo. Una passione che lo
condusse a comporre il Westöstlicher Diwan e che incise sulle
sue riflessioni sulla Weltliteratur (letteratura mondiale).
Goethe sosteneva che fosse possibile studiare tutte le letterature
del mondo come un insieme sinfonico, leggibile sul piano teorico
rispettando l’individualità di ciascuna opera senza
perdere di vista l’insieme. È assai ironico dover constatare
che, ora che questo nostro mondo globalizzato cancella gradualmente
le distanze, stiamo forse avvicinandoci proprio a quella standardizzazione
e a quell’uniformità che Goethe cercò di evitare
con il suo pensiero.
È quanto affermava Erich Auerbach in un saggio pubblicato
nel 1951 con il titolo Philologie der Weltliteratur. La
sua grande opera Mimesis, pubblicata a Berna nel 1946 ma scritta
durante la guerra, quando Auerbach era in esilio a Istanbul dove
insegnava lingue romanze, doveva essere proprio una testimonianza
della molteplicità e concretezza della realtà rappresentata
nella letteratura occidentale da Omero a Virginia Woolf.
Tuttavia, a leggere il saggio del 1951, si avverte chiaramente che
per il suo autore Mimesis era una vera e propria elegia scritta
in onore di un’epoca in cui gli studiosi sapevano interpretare
i testi in modo filologico, concreto, con sensibilità e intuito,
usando l’erudizione e la loro eccellente padronanza di diverse
lingue a sostegno di quella capacità di comprensione cui
Goethe si richiamava nella sua analisi della letteratura islamica.
La
lettura filologica
Una conoscenza delle lingue e della storia era necessaria ma non
è mai stata sufficiente, così come la raccolta meccanica
di fatti non avrebbe mai potuto costituire un metodo adeguato per
cogliere il significato di un autore, poniamo, come Dante. Il requisito
principale per quella lettura filologica che Auerbach e i suoi predecessori
tentarono di mettere in pratica era infatti saper entrare in modo
empatico, ma senza mai perdere la propria soggettività, nella
vita di un testo scritto, esaminandolo dal punto di vista del suo
tempo e del suo autore. Dunque, anziché accostarsi a tempi
e culture diversi con senso di alienazione e di ostilità,
la filologia applicata alla Weltliteratur richiedeva uno spirito
profondamente umanistico da applicare con generosità e ospitalità.
Solo così la mente dell’interprete può fare
posto dentro di sé a un Altro estraneo. Quest’attività
creativa, volta a far posto a opere estranee e distanti, è
l’aspetto più importante della missione dell’interprete.
In Germania, inutile dirlo, l’avvento del nazionalsocialismo
intervenne a delegittimare e distruggere tutto questo modo di pensare.
Dopo la guerra, osserva Auerbach tristemente, la standardizzazione
delle idee e la crescente specializzazione del sapere restrinsero
gradualmente gli orizzonti di quel lavoro filologico investigativo
e di quella ricerca incessante che egli aveva sostenuto. E il fatto
ancor più deprimente è che dopo la sua morte, avvenuta
nel 1957, l’idea e la pratica della ricerca umanistica hanno
perso respiro e centralità. Anziché leggere nel vero
senso della parola, i nostri studenti sono spesso distratti dal
sapere frammentario disponibile su internet e dai mass media.
Ma c’è di peggio: l’istruzione è minacciata
da ortodossie nazionalistiche e religiose spesso diffuse dai media,
che puntano i riflettori in modo astorico e sensazionalistico sulle
remote guerre elettroniche. Queste, mentre danno allo spettatore
un senso di precisione chirurgica, in realtà oscurano le
tremende sofferenze e devastazioni prodotte dalla guerra moderna.
Nella loro demonizzazione di un nemico ignoto, etichettato come
“terrorista” per mantenere l’opinione pubblica
in stato di tensione rabbiosa, le immagini proposte dai mass media
riscuotono un’attenzione eccessiva e si prestano a essere
sfruttate in tempi di crisi e d’insicurezza come quelli del
dopo 11 settembre.
Come americano e come arabo, devo chiedere al mio lettore di non
sottovalutare la visione del mondo semplificata che l’élite
relativamente esigua di civili che lavora al Pentagono ha elaborato
e proposto come politica americana verso l’intero mondo arabo
e musulmano. Una visione in cui il terrorismo, la guerra preventiva
e i cambiamenti unilaterali di regime, sostenuti dal bilancio militare
più gonfiato della storia, sono i concetti chiave discussi
incessantemente da organi d’informazione che si attribuiscono
la funzione di produrre cosiddetti “esperti”, i quali
confermano la linea del governo.
La riflessione, il dibattito, l’argomentazione razionale e
i principi morali fondati sul concetto laico secondo cui gli esseri
umani devono plasmare da soli la loro storia sono stati sostituiti
da idee astratte che celebrano l’eccezionalità americana
e occidentale, sminuiscono l’importanza del contesto e guardano
alle altre culture con disprezzo.
Mi si obietterà forse che stabilisco nessi troppo diretti
fra interpretazione umanistica da una parte e politica estera dall’altra,
e che una società tecnologica moderna, la quale oltre a un
potere senza precedenti dispone di internet e degli aerei caccia
F-16, deve essere comandata da temibili esperti tecnico-politici
come Donald Rumsfeld e Richard Perle. Ma quel che si è perso
davvero è il senso dello spessore e dell’interdipendenza
della vita umana, che non si può né ridurre a una
formuletta né liquidare come irrilevante.
Questo è solo un aspetto del dibattito globale. La situazione
nei paesi arabi e musulmani non è certo migliore. Anzi, come
ha osservato Roula Khalaf, giornalista del quotidiano britannico
Financial Times, la regione è scivolata in un facile antiamericanismo
che denota scarsa comprensione di che cosa sia davvero la società
statunitense. Poiché i governi dei paesi arabi sono relativamente
impotenti a influire sulla politica americana, usano le loro energie
per reprimere e assoggettare i loro stessi popoli.
Risultato? Risentimento, rabbia e vane imprecazioni che nulla fanno
per rendere più aperte quelle società dove la concezione
laica della storia e dello sviluppo umano è stata scalzata
dal fallimento e dalla frustrazione, ma anche da un islamismo fatto
di apprendimento acritico dei testi e di cancellazione di forme
di sapere secolare, considerate “altre” e concorrenziali.
La graduale scomparsa della luminosa tradizione dell’ijtihad
islamico, cioè del processo di elaborazione delle norme islamiche
a partire dal Corano, è uno dei grandi disastri culturali
del nostro tempo. Il risultato è che ogni pensiero critico
e ogni tentativo individuale di affrontare seriamente i problemi
del mondo moderno sono semplicemente tramontati.
Identità
collettive
Con ciò non intendo certo dire che il mondo culturale sia
semplicemente regredito da una parte a un orientalismo bellicoso,
e dall’altra a un rifiuto indiscriminato. Il vertice mondiale
sullo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite tenuto l’anno
scorso a Johannesburg, con tutti i suoi limiti ha però rivelato
un vasto terreno di interessi globali comuni, il che denota come
fatto positivo l’emergere di una nuova collettività
e conferisce nuova urgenza al concetto spesso banalizzato di mondo
“unito”.
Ma tuttavia dobbiamo ammettere che nessuno può davvero conoscere
l’unità straordinariamente complessa del nostro mondo
globalizzato. I tremendi conflitti che sospingono le persone entro
categorie falsamente unificanti come “America”, “Occidente”
o “islam” e che inventano identità collettive
a uso e consumo di vaste masse di individui in realtà molto
diversi vanno contrastati. Per farlo disponiamo ancora delle capacità
interpretative razionali che formano il retaggio dell’educazione
umanistica, intese non come un pietismo sentimentale che c’imponga
di tornare ai valori tradizionali o ai classici, bensì come
pratica attiva di un discorso razionale, mondano e secolare.
Il mondo secolare è il mondo della storia così come
la fanno gli esseri umani. Il pensiero critico non si assoggetta
agli ordini di unirsi ai ranghi di chi marcia contro questo o quel
nemico riconosciuto. Anziché a un artificioso scontro di
civiltà, dobbiamo dedicare la nostra attenzione al lento
e paziente lavoro comune delle culture che di volta in volta si
sovrappongono, prendono in prestito le une dalle altre e coesistono.
Ma per raggiungere questa visione più ampia occorre tempo,
occorre un’indagine paziente e scettica, sorretta dalla fede
in comunità di interpretazione ben difficili da tener vive
in un mondo che esige azioni e reazioni istantanee. La concezione
umanistica si basa sul concetto di ruolo attivo del soggetto umano
e della sua intuizione, anziché su luoghi comuni e autorità
imposte dall’esterno. I testi vanno letti come prodotti che
sono nati e continuano a vivere in mille modi che io ho definito
mondani. Ma ciò non esclude affatto il potere. Al contrario,
ho cercato di mostrare come il potere s’insinui persino nelle
discipline più recondite e vi s’intrecci.
L’ultima cosa, ma non in ordine d’importanza, che vorrei
dire è che l’umanesimo costituisce l’unica –
oserei dire anche la massima – forma di resistenza contro
le pratiche inumane e le ingiustizie che deturpano la storia dell’umanità.

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