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Noam Chomsky
Due popoli, due stati
Dobbiamo spingere il governo di Washington ad allinearsi con
la comunità internazionale
da
Internazionale n. 540, 20 maggio 2004
Il
conflitto tra israeliani e palestinesi continua a essere uno dei
fattori principali del caos e delle sofferenze del Medio Oriente.
Ma la possibilità di uscire dall'impasse è alla nostra
portata. Sul breve periodo, l'unica soluzione decente e realistica
del conflitto segue le linee del consenso internazionale raggiunto
da tempo: è la soluzione dei due stati divisi da un confine
(la Linea verde), con reciproci ritocchi e aggiustamenti minori.
Ormai gli insediamenti israeliani, sostenuti dagli Stati Uniti,
non si possono più definire "minori". Ma sul tavolo
ci sono vari programmi basati sull'ipotesi dei due stati. Il più
significativo è l'accordo di Ginevra, presentato nel dicembre
scorso da un gruppo di negoziatori di alto livello, israeliani e
palestinesi, che hanno operato al di fuori dei canali ufficiali.
L'accordo pianifica nel dettaglio uno scambio di territori uno a
uno (e non solo) e avrebbe buone probabilità di essere attuato.
Se Washington lo appoggiasse per realpolitik, Israele dovrebbe accettare
quel che la grande potenza detta.
Un
piano contro la pace
Quanto al piano di disimpegno Bush-Sharon, si tratta in realtà
di un piano di espansione-integrazione. Mentre Sharon invoca una
forma di ritiro dalla Striscia di Gaza, il ministro delle finanze
israeliano Benjamin Netanyahu assicura che "Israele investirà
decine di milioni di dollari negli insediamenti della Cisgiordania".
Questi insediamenti contrastano con la road map approvata a suo
tempo da Bush, che prevedeva l'interruzione di "tutte le attività
relative agli insediamenti". "Pur essendo un passo fondamentale,
la fine dell'occupazione israeliana di Gaza richiede, perché
se ne colgano i vantaggi, un cambiamento corrispondente della politica
israeliana in Cisgiordania", scrive Geoffrey Aronson della
Foundation for Middle East peace di Washington.
Questa fondazione ha pubblicato una mappa dei piani israeliani per
la Cisgiordania: un mosaico di enclave palestinesi prive di continuità
territoriale e separate da muri che, come ha osservato Meron Benvenisti
su Ha'aretz, ricorda gli aspetti peggiori dei bantustan creati in
Sudafrica sotto il regime dell'apartheid. Le comunità israeliana
e palestinese nei Territori occupati sono così intrecciate
tra loro da rendere impossibile ogni separazione?
No: a novembre alcuni ex dirigenti dello Shin Bet – il servizio
di sicurezza israeliano – hanno concordato sul fatto che Israele
potrebbe e dovrebbe ritirarsi completamente da Gaza. E che in Cisgiordania
dall'85 al 90 per cento dei coloni se ne andrebbe "con un semplice
piano economico"; sono non più del 10 per cento "quelli
con cui dovremmo scontrarci" per costringerli ad andarsene.
Oggi dopo guerre, occupazioni militari, spoliazione di terre e risorse
e un ciclo di violenze, di odio reciproco e di sfiducia sempre più
gravi, per fare progressi ci vuole la disponibilità di tutte
le parti al compromesso. Qual è un compromesso equo? È
quello percepito da entrambe le parti come il migliore possibile
e che sia in grado di spianare la strada a qualche passo avanti
concreto.
Soluzioni
vere a problemi reali
La soluzione a due stati pensata da Sharon – che lascia i
palestinesi ingabbiati nella striscia di Gaza e in cantoni che rappresentano
circa la metà della Cisgiordania – non soddisfa ovviamente
questo criterio. L'accordo di Ginevra sì. Quindi, secondo
me, andrebbe accettato almeno come base per una trattativa israelo-palestinese.
Una delle questioni più spinose è il diritto al ritorno
per i profughi palestinesi. Certo, i palestinesi non sembrano disposti
a rinunciarvi. Ma in questo mondo – e non in una realtà
immaginaria di cui si discute nei seminari – entro i confini
di Israele questo diritto non sarà esercitato, o lo sarà
solo in misura limitata.
In ogni caso, è inopportuno far balenare speranze vane davanti
agli occhi di persone che soffrono. Piuttosto bisogna perseguire
sforzi costruttivi per alleviare le loro sofferenze e dare una risposta
ai problemi reali. Già oggi, una soluzione a due stati in
linea con il consenso dell'opinione pubblica internazionale è
giudicata accettabile da larga parte degli israeliani e riscuote
il favore della maggioranza degli statunitensi. Non è quindi
inconcepibile che iniziative promosse da attivisti negli Stati Uniti
possano indurre il governo di Washington ad allinearsi con la comunità
internazionale. Se così fosse, è assai probabile che
anche Israele si adeguerebbe.
Gli
ex dirigenti dello Shin Bet, come anche il movimento israeliano
per la pace, sono del parere che l'opinione pubblica israeliana
accetterebbe questa soluzione. Ma non dobbiamo fare congetture.
Dobbiamo cercare di spingere il governo americano ad adottare una
politica in linea con il resto del mondo e, a quanto risulta, con
la maggioranza della stessa opinione pubblica statunitense.

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