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In memoria di Tom
Tom Benetollo, presidente dell’Arci, è morto a Roma domenica 20 giugno 2004.
Tom è stato sempre vicino alla Palestina con passione e intelligenza, la sua scomparsa ci addolora profondamente.
Lo ricorderemo in ogni gesto di solidarietà vera, in ogni parola che si opponga all’ingiustizia, in Palestina e oltre.


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concert4palestine


BONO! Chiediamo a te, e a tutto il mondo della musica, di fare un concerto per la Palestina!

Chiediamo a te, e a tutto il mondo della musica, di levare la voce e dire: "BASTA CON L'OCCUPAZIONE!"
Ti chiediamo di organizzare un concerto mondiale che afferma:
NO all'occupazione israeliana di Gerusalemme est,
la Cisgiordania e la Striscia di Gaza
NO alla violazione sistematica dei diritti civili
e la dignità umana del popolo palestinese
SI' ad una conferenza delle Nazioni Unite per
promuovere la pace nel Medio oriente

PERCHE' BONO? Nel corso degli anni, Bono ha lavorato per molte buone cause, come Amnesty International, Netaid e il progetto Jubilee 2000. Quest'uomo ha la statura morale per mobilitare attori, artisti e attivisti per i diritti umani dei palestinesi. Sostenendo questo appello, farai sapere a Bono quello che pensi tu.

http://www.concert4palestine.org/

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Ritorno ad Haifa
liberamente ispirato
all’omonimo romanzo di Ghassan Kanafani


A Napoli, alla Galleria Toledo
In via Concezione a Montecalvario, 34
8 e 9 Giugno 2004 - ore 21,30

adattamento e regia Anita Mosca
con Vittoria Fusco, Mustafa Kurtam, Mara Mancinelli, Anita Mosca, Adriana Parrella, Nicla Pannico,Paolo Pollio, Flora Sasso, Francesca Sbiroli, Dalal Suleiman, Omar Suleiman

consulenza artistica Omar Suleiman e Wasim Dahmash

a cura della Comunità Palestinese di Napoli e del Centro Culturale Mediterraneo
patrocinio del Comune di Napoli e della Provincia di Napoli
(Assessorato alla Cooperazione)

info e prenotazioni:
Galleria Toledo 081425037 - 081425824
Luca Marconi, ufficio stampa 0817602250
Comunità Palestinese 3404618909 - 3297917005

ingresso con sottoscrizione

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Soldati che “rompono il silenzio”

da il manifesto, 5 giugno 2004

“Rompere il silenzio”. È questo il titolo della mostra inaugurata alla scuola di fotografia di Tel Aviv che vede protagonisti un’ottantina di soldati israeliani che hanno prestato servizio militare nella città palestinese di Hebron (200 mila abitanti), nella Cisgiordania occupata. Fotografie e videotestimonianze per raccontare l’abuso quotidiano di Hebron e degli abitanti palestinesi di fatto tenuti in ostaggio da 500 coloni israeliani, tra i più estremisti, che si sono insediati nella città dopo l'occupazione nel 1967. “Vogliamo dire le cose come stanno - ha spiegato Misha Kurz, 20 anni, soldato di leva - per riferire agli israeliani che cosa accade in quella città e mettere in guardia altri soldati che presteranno servizio in una situazione assurda”. A Hebron, ha proseguito Kurz, “mi è stato insegnato (dai superiori e dai coloni) che i palestinesi sono tutti potenziali terroristi, anche un bambino di 9 anni o un anziano di 90 anni”.
Altri soldati hanno raccontato di un loro commilitone che una volta, per “divertirsi un po’”, ha lanciato una granata assordante in direzione di alcuni bambini palestinesi. Oppure il caso di un loro ufficiale che, senza motivo, ha fatto bloccare un corteo nuziale palestinese e sequestrare le chiavi di tutte le automobili, non mancando di ridere quando la sposa ha cominciato a piangere.
Noam ha spiegato il difficile rapporto con i coloni. “Appena arrivi in città un ragazzino ebreo ti accoglie offrendoti dolci e caffè. Il giorno dopo lo vedi che, assieme ad altri, prende a bastonate un anziano palestinese”. Una foto riprende la scritta, in ebraico, sulla saracinesca di un negozio arabo: “Palestinesi alle camere a gas”. I coloni hanno reagito a “Rompere il silenzio” accusando gli organizzatori di essere “filo-palestinesi” e nemici di Israele.


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Negato il visto d’ingresso in Italia a un gruppo di musicisti palestinesi

da l’Unità, 4 giugno 2004

Un gruppo musicale palestinese di un campo profughi palestinese di Damasco non potrà essere in Sardegna per una manifestazione all’insegna della “Musica senza frontiere” (una trentina di artisti provenienti da tutto il mondo si esibiranno ad Assemini, nel cagliaritano, sabato prossimo) perché il consolato italiano in Siria ha negato il visto d’ingresso ai componenti. Lo rende noto l’associazione Amicizia Sardegna-Palestina annunciando di aver sensibilizzato al caso alcuni parlamentari e di aver trovato la disponibilità del deputato dei verdi Mauro Bulgarelli, che ha pronta un’interrogazione al ministro degli Affari Esteri.
“Due le motivazioni del diniego – racconta Mariangela Pedditzi portavoce dell’associazione - Nessuno del gruppo ha mai avuto un visto Shengen e quindi non offriva sufficienti garanzie; il gruppo nonostante l’attestato del Ministero della Cultura siriano, non è inserito in un registro di artisti professionisti. Noi crediamo, invece, che alla base di questa decisione ci sia una chiara direttiva politica di impedire a rappresentanti del mondo arabo e soprattutto dell’area mediorientale, di avere la possibilità di esprimere in Italia la loro cultura e di avere scambi con la nostra”.


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Riflessi del Sud [2]
Qui e altrove, Ici et ailleurs, Here and elsewhere
Napoli 6 – 18 maggio 2004

PROGRAMMA
giovedì 6 maggio
ore 18,00 Incontro - presentazione della rassegna cinematografica
Qui e altrove, Ici et ailleurs, Here and elsewhere
ore 18,30 L'identità negata, appunti per un cinema palestinese"
selezione materiale video a cura di Monica Maurer, regista
"Miti,storia e contraddizioni di Israele sul grande schermo: la cinematografia israeliana dalle origini ad oggi"
selezione materiali video a cura di Asher Salah, docente Hebrew University di Gerusalemme
ingresso gratuito

sabato 8 maggio
ore 18,00 film Écrivains des frontières - Un voyage en Palestine(s) di Samir Abdallah - Jose Reynes
Francia 2004, 80’ (v.o. sott. it.) in anteprima per Napoli
ore 20,30 Paolo Scarnecchia presenta
“Solo performance” concerto di Kamilya Jubran, voce, oud e kanun, Palestina
ore 23,00 Odori e sapori della Palestina Caffè arabo | Piazza Bellini a cura della comunità palestinese

domenica 9 maggio
ore 19,30 film Fortini/cani di Jean-Marie Straub - Danièle Huillet, Italia - Germania 1976, 75' (v.it.)
ore 21,30 film Ici et ailleurs di Jean-Luc Godard - Jean-Pierre Gorin - Anne-Marie Miéville, Francia 1974, 55'
(v.o. sott. ing.)

lunedì 10 maggio
ore 17,00 film Route 181 – Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele, parte l di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott. it.)
ore 18,30 film Route 181 – Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele, parte ll di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott. it.)

ore 21,00 incontro con i registi Michel Khleifi, Eyal Sivan. Interverranno Maria Nadotti e Monica Maurer

ore 22,00 film Route 181 – Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele, parte lll di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott. it.)
versione integrale in anteprima nazionale

martedì 11 maggio
ore 19,00 film Aqabat jaber- Vie de passage di Eyal Sivan Belgio 1987, 80' (v.o. sott. fr)
ore 20,30 film Aqabat jaber - Paix sans retour? di Eyal Sivan Belgio 1995, 60' (v.o. sott. fr)
ore 21,30 film Uno specialista - Ritratto di un criminale moderno di Eyal Sivan
Francia - Germania - Belgio - Austria - Israele 1999, 128' (v. it.)

mercoledì 12 maggio

ore 18,30 film Izkor: Slaves of Memory di Eyal Sivan Francia 1990, 97' (v.o. sott. ing.)
ore 20,30 film Israland di Eyal Sivan Belgio 1991, 58' (v.o. sott. fr.)
ore 21,30 film Route 181 – Fragments of a Journey in Palestin - Israel, parte l di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott. it.)

giovedì 13 maggio
ore 17,30 film Tale of the Three Lost Jewels di Michel Khleifi
Belgio - Spagna - Palestina - Inghilterra 1994, 107' (v.o. sott. ing.)
ore 19,30 film Canticle of the Stones di Michel Khleifi, Israele - Belgio - Francia - Inghilterra 1990, 106'
(v.o. sott. ing.)
ore 21,30 film Nozze in Galilea di Michel Khleifi, Francia - Belgio - Israele 1987, 112' (v. it.)

venerdì 14 maggio
ore 18,30 film Forbidden marriages in the Holy Land di Michel Khleifi
Inghilterra - Belgio - Palestina 1995, 66' (v.o. sott. ing.)
ore 20,00 film Fertile memory di Michel Khleifi, Palestina - Olanda - Belgio 1980, 100' (v.o. sott. ing.)
ore 22,00 film Route 181 – Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele, parte ll di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott. it.)


sabato 15 maggio
ore 17,30 film Route 181 – Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele, parte l di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott. it.)
ore 19,30 film Route 181 – Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele, parte ll di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott. it.)
ore 21,30 film Route 181 – Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele, parte lll di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott. it.)
versione integrale in anteprima nazionale

domenica 16 maggio
ore 18,00 film Ticket to Jerusalem di Rashid Masharawi, Olanda - Palestina - Francia – Australia 2002, 85'
(v. it.)
ore 20,30 Paolo Scarnecchia presenta
“Duo d’ Oud” concerto di Samir e Wissam Joubran, voce e oud, Palestina
ore 23,00 Odori e sapori della Palestina Caffè arabo | Piazza Bellini a cura della comunità palestinese

lunedì 17 maggio
17,00 incontro sul territorio della West Bank
Multiplicity incontra Sharon Rotbard - architetto, Israele e Eyal Weyzman – architetto, Israele.
Interviene Amato Lamberti – Presidente della Provincia di Napoli

lunedì 17 maggio
ore 15 - 18 “Il documentario in aree di conflitto”
seminario/laboratorio tenuto da Jean Khalil Chamoun – documentarista, Libano

ore 19,30 film Children of fire di Mai Masri, Inghilterra 1990, 50' (v.o. sott. it.)
ore 20,30 film Frontiers of dreams and fears di Mai Masri, 2001, 56' (v.o. sott. it.)
ore 21,30 film Children of Shatila di Mai Masri, Libano 1998, 50' (v.o. sott. it.)
ore 22,30 film Frontiers of dreams and fears di Mai Masri, 2001, 56' (v.o. sott. it.)

martedì 18 maggio
ore 15 - 18 “Il documentario in aree di conflitto”
seminario/laboratorio tenuto da Jean Khalil Chamoun – documentarista, Libano

ore 19,30 Presentazione del film Women beyond borders di Jean Chamoun
in anteprima nazionale alla presenza dell'autore.
Intervengono Mai Masri - regista, Palestina, Monica Maurer – regista, Germania,
Stefano Chiarini, giornalista - Il Manifesto
ore 21,30 film Women beyond borders di Jean Chamoun, 2004, 60' (v.o. sott. ing.)
ore 22,30 film Hanan Ashrawi - a woman of her time Mai Masri 1995, 50' (v.o. sott. ing.)


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Il cinema di Michel Khleifi
La pace si chiama uguaglianza

“Il mondo deve capire che questa guerra è un problema che riguarda tutti, non solo Israele e Palestina, in cui è in gioco l'equilibrio dei rapporti nord-sud e dove si riflettono le contraddizioni della società contemporanea”
Cristina Piccino intervista a Parigi Michel Khleifi, regista palestinese che nel suo cinema ha raccontato il suo paese. “Israele è oggi uno stato razzista e repressivo. Solo quando smetteranno di considerarci delle bombe, le cose potranno di nuovo cambiare”

da il manifesto 2 aprile 2002
>> leggi l'intervista

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Rossana Rossanda
La Shoa tradita
da il manifesto 23 gennaio 2002

Non basta che Sharon abbia imposto ai territori occupati un reticolo militare che ne impedisce ogni movimento, ora occupa le città dell'Autonomia palestinese, perquisisce, arresta, si ritira a piacer suo. Giudica e uccide a distanza quelli che considera nemici e potenziali terroristi. Tiene Arafat in arresto sotto il tiro delle sue armi, lo ha logorato e ora decide che non è più il suo interlocutore. E Bush segue. Stretti fra l'esercito israeliano e i confini sbarrati dei paesi adiacenti, ai palestinesi non resta neanche la possibilità di riparare altrove, sono stremati, soffocati, dilaniati da anni da un negoziato leonino quando non imbroglionesco e una ribellione che, nata a sassate, è andata via via sfuggendo al controllo del vecchio leader e ha alimentato Hamas. Ma perché chiamare terrorista soltanto Hamas? Sono simmetriche le azioni di attacco e rappresaglia, Israele e Hamas agiscono allo stesso modo, ma con un'enorme sproporzione di forze. Da una parte è uno stato occupante che si erge a vittima della rivolta di coloro che opprime, dall'altra la radicalizzazione di chi non ha più niente da perdere e una sola arma in più - la propria vita. La spirale tremenda - che soltanto Rabin ha cercato di fermare e per questo è stato ucciso - funziona sempre. La vite si sta stringendo, la Palestina sta per spegnersi sotto gli occhi del mondo. Gli appelli di Arafat alle Nazioni unite cadono nel vuoto, quanto all'Europa non fa parola: è bastato che Bush desse l'alt e le gesticolazioni di Tony Blair e Joschka Fischer sono cessate.
Quelli di noi che gridarono non solo di ingiustizia ma di inutilità della guerra contro l'Afghanistan (e io sono fra loro), si sono sbagliati: pensavano - pensavo - ancora nei termini delle guerre novecentesche e d'un qualche diritto internazionale. Invece gli Stati uniti, con l'avallo dell'Onu e col pretesto di colpire Bin Laden, si sono dati licenza di intervenire militarmente dovunque, senza limiti né di tempo né di luogo - per ora nella zona chiave del Mediterraneo e del Medio oriente, bacino del petrolio e cintura d'accesso dell'enorme Asia; domani sarà altrove, Israele li incalza additando ieri l'Iraq oggi l'Iran. Ma sbagliava anche chi ha creduto che l'azione americana fosse una crudele ma comprensibile ritorsione, mirasse a colpire Al Qaeda, e puntasse a isolare il fondamentalismo anche politicamente, disinnescando anzitutto il focolaio del conflitto Israele-Palestina. E' bastato che il governo israeliano si opponesse a questa intenzione, se mai è realmente esistita, perché Bush gli andasse dietro.
Non aprono bocca le istituzioni, non si sollevano le coscienze. Che cosa siamo diventati? L'attentato alle due torri ci ha sconvolto ma gli altri dolori non ci toccano, non sono. Né toccano le coscienze americane, non ci sono boys che tornano nelle bare come nella guerra del Vietnam, le battaglie di terra le fanno gli indigeni, armati e finanziati dal Pentagono, i boys restano imprendibili nei bombardieri ad alta tecnologia distruttiva. Si sopportano agevolmente le sofferenze degli altri, tanto non sono come noi, con loro i nostri diritti cessano di essere, si può torturarli e umiliarli.
I principi elementari cui l'Europa del Novecento aveva aperto duramente la strada, quella del Duemila li ha gettati alle spalle. Sì, siamo tutti americani. E non c'è ragione se non nella forza, la forza sta con Bush e con Sharon. E non importa che sia una ragione miope, forse questo è messo nel conto, perché così si eternizzano le politiche muscolari.
Chi non sa che se appena si potesse votare negli stati arabi del Mediterraneo e del Golfo il fondamentalismo diventerebbe maggioritario dovunque, alimentato da dieci anni a questa parte dagli Stati uniti e da Israele? Era questo che volevano i sopravvissuti della Shoah, quando cercavano una terra che desse finalmente sicurezza a loro e ai loro figli? Sharon li tradisce. Forse realizzerà la grande Israele ma in un mare di odio e la guerra non avrà mai fine.


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Robert Fisk
Fermate il soldato Bush
da l’Unità 17 aprile 2004

Così il presidente George Bush straccia il piano di pace israelo-palestinese e tutto va bene. Insediamenti israeliani per gli ebrei e solo per gli ebrei in Cisgiordania. Tutto bene. Si strappa ai palestinesi la terra che hanno posseduto per generazioni; tutto bene. La Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu dice che di quella terra non ci si può impadronire a seguito di una guerra. Lasciamo perdere. Tutto bene. Per caso il presidente George Bush lavora per Al Qaeda? Che vorrebbe dire? Che a George Bush sta più a cuore la sua rielezione che il Medio Oriente? O che George Bush ha più paura della lobby ebraica che del suo elettorato?
Il suo linguaggio, la sua vulgata, i suoi discorsi sulla storia sono stati una tale menzogna nelle ultime tre settimane che mi chiedo per quale ragione ci prendiamo la briga di ascoltare le sue noiose conferenze stampa. Ariel Sharon, responsabile del massacro di Sabra e Chatila (1.700 civili palestinesi morti) è un “uomo di pace”.
Un “uomo di pace” anche se il rapporto ufficiale israeliano del 1993 sul massacro lo indicava come “personalmente responsabile” dell’accaduto. Ora Bush loda come “un atto storico e coraggioso” il piano di Sharon di rubare altra terra ai palestinesi.
Che Dio ci aiuti! Basta abbandonare gli sparuti insediamenti ebrei illegali a Gaza e tutto va bene: il furto di terre ad opera dei coloni, il rifiuto del diritto di fare ritorno in Israele per i palestinesi che abitano lì: tutto bene. Bush, che affermava di aver cambiato il Medio Oriente invadendo l’Iraq, ora afferma che invadendo l’Iraq sta cambiando il mondo! Tutto bene! Non c’è nessuno pronto a gridare “Fermi! Ne abbiamo abbastanza!”?
Due sere fa quest’uomo pericolosissimo, George Bush, ha parlato di “libertà in Iraq”. Non di “democrazia” in Iraq. No, alla “democrazia” non ha nemmeno accennato. La “democrazia” è ormai semplicemente fuori dall’equazione. Ora si parla solo di libertà – libertà da Saddam piuttosto che libertà di avere le elezioni. E cosa dovrebbe comportare questa “libertà”? Un gruppo di iracheni nominati dagli americani cederà il potere ad un altro gruppo di iracheni nominati dagli americani. Questa sarà la “storica cessione della sovranita’” irachena. Ebbene sì, non mi riesce difficile capire perché George Bush vuole assistere ad una “cessione” di sovranità. I “nostri ragazzi” debbono essere tolti dalla linea del fuoco – che siano gli iracheni a fare da sacchetti di sabbia.
La storia irachena è già stata scritta. A titolo di vendetta per il brutale assassinio di quattro mercenari americani – perché questo di fatto erano - i Marines americani si sono resi responsabili del massacro di centinaia di donne, bambini e guerriglieri nella città sunnita di Falluja. I militari americani sostengono che la maggior parte dei morti erano militanti. Non è vero, replicano i medici. Ma le centinaia di morti, molti dei quali civili, sono stati un vergognoso riflesso sulla marmaglia della soldatesca americana che ha condotto questi attacchi indisciplinati contro Falluja. Molti sunniti di Baghdad dicono che Falluja dovrebbe essere la capitale del “Nuovo Iraq”, nuovo, naturalmente, secondo la versione irachena non secondo quella di Paul Bremer.
E il risultato? Grazie al presidente Bush, vaste zone della Cisgiordania palestinese diventeranno Israele. Terre che appartengono a persone non israeliane debbono essere rubate dagli israeliani perché è “irrealistico” accettare una soluzione diversa. Bush è per caso un ladro? È un criminale? Può essere accusato di complicità in un atto criminale? L’Iraq può dire al Kuwait che è “irrealistico” modificare i confini Ottomani? Un tempo la terra di Palestina abbracciava tutto l’attuale territorio israeliano. È apparentemente “realistico” modificare tutto questo sia pure nella misura del due per cento? Tutto quello che il governo degli Usa ha fatto per conservare la sua reputazione di “mediatore” in Medio Oriente è stato vanificato da questo codardo, vigliacco presidente americano, George W. Bush. Il fatto che potrebbero aumentare i rischi per i suoi soldati non lo preoccupa – in ogni caso lui non partecipa ai funerali. Il fatto di violare il diritto naturale non lo preoccupa. Il fatto che le sue dichiarazioni siano in palese violazione del diritto internazionale non ha alcuna conseguenza.
E tuttavia dobbiamo continuare ad andare al traino di quest’uomo. Se veniamo colpiti da Al Qaeda è colpa nostra. E se il 90% della popolazione spagnola ha chiaramente indicato di essere contraria alla guerra, vuol dire che sono filo-terroristi nel momento in cui piangono 200 civili spagnoli uccisi da Al Qaeda. Gli spagnoli prima hanno condannato la guerra, poi ne hanno dovuto subire le conseguenze – ed infine sono condannati come colpevoli di “appeasement” con il terrorismo dal regime di Bush e dai suoi vigliacchi giornalisti nel momento in cui dicono che i loro mariti, le loro mogli, i loro figli non meritavano di morire.
Se questo deve essere il loro destino allora, scusatemi, vorrei avere un passaporto spagnolo per poter condividere la “vigliaccheria” del popolo spagnolo! Se Sharon è “storico” e “coraggioso”, allora gli assassini di Hamas e della Jihad islamica potranno rivendicare il medesimo riconoscimento. Bush questa settimana ha legittimato il “terrorismo” – e chiunque dovesse perdere un arto o la vita può ringraziarlo per la sua inclinazione alla vigliaccheria. E temo che possano ringraziare anche Blair per la sua vigliaccheria.

© The Independent
(Traduzione di Carlo Antonio Biscotto)


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Enzo Apicella a Foligno

Nell’ambito della 13a rassegna internazionale dell’umorismo inaugurata a Foligno il 18 aprile, il vignettista Enzo Apicella ha inaugurato la mostra “Un anno di Apicella”, 310 tavole pubblicate dal quotidiano “Liberazione” nel 2003. Del disegnatore napoletano, da anni stabilitosi a Londra, kufia ha pubblicato, in coedizione con “Liberazione”, lo speciale “Amaretti di Sharon”. La mostra resterà aperta fino al 16 maggio.
Per informazioni: www.comune.foligno.pg.it – tel.0472350734.


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Viaggio in Palestina
testi di Mahmoud Darwish, Russell Banks, Bei Dao, Breyten Breutenbach, Vincenzo Consolo, Juan Goytisolo, Christian Salmon, Wole Soyinka, Hélène Cixous, Jacques Derrida

edizioni nottetempo, marzo 2003 144 pagine, 12 euro

Nel marzo 2002, su invito del grande poeta palestinese Mahmoud Darwish, da mesi assediato a Ramallah dall’esercito di Sharon, una delegazione del Parlamento Internazionale degli Scrittori si reca nei territori palestinesi. Sono otto scrittori di fama mondiale provenienti da quattro continenti: scopo del viaggio è rompere l’isolamento di scrittori e poeti palestinesi e testimoniare di una situazione diventata intollerabile per ogni uomo libero. I testi pubblicati, accompagnati dai messaggi dei filosofici francesi Jacques Derrida e Hélène Cixous e dall’appello alla pace lanciata dal P.I.S, sono il racconto preciso e vivo di una realtà che la cronaca ha consumato al punto da impedire una vera presa di coscienza. La violenza è ovunque, nel paesaggio devastato, nell’ostinata presenza degli insediamenti, negli uliveti sradicati, nelle vessatorie attese ai posti di blocco, nelle barricate di cemento, negli scheletri delle case distrutte dai bulldozer, nel rombo dei carri armati e nei ritratti dei martiri suicidi. Gli scrittori osservano e raccontano, con l’efficace semplicità della parola letteraria, la profonda disumanizzazione di entrambi i popoli, israeliano e palestinese.

Appello per la pace in Palestina
Parlamento Internazionale degli Scrittori, 6 marzo 2004

Una guerra è in corso in Palestina. Essa non contrappone gli eserciti di due stati nemici, ma un esercito tra i più potenti del mondo a un popolo occupato. Giorno e notte, da mesi, i territori sotto l’autorità palestinese, sono divisi come una scacchiera dall’esercito israeliano. Vi si moltiplicano i posti di frontiera, si murano le entrate dei villaggi, si paralizza il flusso di popolazione, si creano dei ghetti, delle riserve, dove non circolano che carri armati, sorvolati in permanenza dagli elicotteri dell’esercito.
Ancora una volta, si cede all’illusione della potenza assoluta delle armi, della distruzione totale dell’avversario, mentre si alimenta di fatto la spirale dei ciechi attentati e delle rappresaglie. Ancora una volta, l’illusione di ciascuno a casa propria, il miraggio degli Stati etnicamente puri, la logica folle dell’apartheid, su una terra intessuta di differenze dove non ci sono soltanto due verità, due credenze e due popoli, ma infinite lingue e culture.
Di fronte all’aggravarsi della situazione in Palestina, il Parlamento Internazionale degli Scrittori:

- esprime la sua solidarietà nei confronti di tutte le popolazioni civili duramente colpite dal conflitto e chiede che tali popolazioni beneficino al più presto di una protezione internazionale sotto l’egida dell’ONU,
- stima che la fine dell’occupazione militare e la ripresa dei negoziati siano i soli modi di ottenere una pace duratura,
- invia una delegazione di scrittori che dal 24 al 29 marzo 2002 si recherà nei territori occupati e in Israele per incontrarvi scrittori e artisti palestinesi, cosí come rappresentanti dei movimenti civili che lottano per la pace e il dialogo culturale,
- fin da ora, il P.I.S. prende le disposizioni necessarie per accogliere scrittori palestinesi nel seno della Rete delle Città Rifugio e apre il suo sito internet a tutti coloro che, in Israele e in Palestina, scrittori e artisti, desiderino testimoniare e organizzarsi.

Questo appello è stato firmato da oltre seicento scrittori, artisti, intellettuali originari di più di trenta paesi, tra i quali: Chinua Achebe (Nigeria), Adonis (Libano), Gamal Alghitany (Egitto), Margaret Atwood (Stati Uniti), Paul Auster (Stati Uniti), Russel Banks (Stati Uniti), Amiri Baraka/Leroi Jones (Stati Uniti), Bei Dao (Cina), Breyten Breutenbach (Sud Africa), André Brink (Sud Africa), Hélène Cixous (Francia), Vincenzo Consolo (Italia), Francis Ford Coppola (Stati Uniti), Mahmoud Darwish (Palestina), Jacques Derrida (Francia), Anita Desai (India), Assia Djebar (Algeria), Ariel Dorfman (Cile), Margaret Drabble (Gran Bretagna), Juan Gelman (Argentina), Carlo Ginzburg (Stati Uniti/Italia), Edouard Glissant (Martinica), Juan Goytisolo (Spagna), Nedim Gürrsel (Turchia), Ted Honderich (Gran Bretagna), Michael Holroyd (Gran Bretagna), Chenjerai Hove (Zimbabwe), Sonallah Ibrahim (Egitto), Elias Khoury (Libano), Eduardo Manet (Francia/Cuba), Javier Marías (Spagna), Carlos Monsivais (Messico), Toni Morrison (Stati Uniti), Álvaro Mutis (Colombia), Marie Ndiaye (Francia), Michael Ondaatje (Canada), Raoul Peck (Haiti), Artur Penn (Stati Uniti), Harold Pinter (Gran Bretagna), Salman Rushdie (Gran Bretagna), Charles Simic (Stati Uniti), Wole Soyinka (Nigeria), Silvia Tannenbaum (Stati Uniti), Vassilis Vassilikos (Grecia), Juan Villoro (Messico), Paul Virilio (Francia), Cornel West (Stati Uniti)…

Mahmoud Darwish
Soffriamo di una malattia incurabile: la speranza
discorso pronunciato a Ramallah il 25 marzo 2002

È per me un grande piacere e un onore accogliervi su questa terra nella sua primavera di sangue, una terra che ha la nostalgia del suo vecchio nome: terra d’amore e di pace.
La vostra coraggiosa visita durante questo mostruoso assedio è un modo per rompere il nostro sentimento d’isolamento. Con voi noi ci rendiamo conto che la coscienza internazionale, di cui voi siete onorevoli rappresentanti, vive ancora, ed è capace di protestare e di schierarsi dalla parte della giustizia. Voi ci avete dato l’assicurazione che gli scrittori hanno ancora un ruolo importante da svolgere nella lotta per la libertà e nella battaglia contro il razzismo.
La responsabilità verso il destino umano non può limitare la sua espressione al testo letterario. In situazioni d’urgenza e di calamità umana, lo scrittore si mette alla ricerca di un ruolo morale da svolgere in altre forme di azione pubblica, un ruolo che rafforza la sua integrità letteraria, che mobilita la coscienza pubblica intorno ad alti valori morali, il più importante dei quali è la libertà. È così che noi leggiamo il nobile messaggio che voi ci rivolgete oggi: un messaggio di solidarietà e di simpatia.
Io so che i maestri della parola non hanno bisogno di retorica di fronte all’eloquenza del sangue. È per questo che le nostre parole saranno altrettanto semplici dei nostri diritti: siamo nati su questa terra e da questa terra. Noi non abbiamo conosciuto altra madre, altra lingua materna che la sua. E quando abbiamo capito che essa è carica di troppa storia e di troppi profeti, abbiamo saputo che il pluralismo è uno spazio che abbraccia con generosità, non una cella di prigione, che nessuno ha il monopolio su una terra, su Dio, sulla memoria. Sappiamo anche che la storia non può avere etichette di equità né di eleganza. Il nostro compito come esseri umani perciò è di umanizzare questa di cui siamo simultaneamente le vittime e il prodotto.
Non c’è niente di più chiaro della verità palestinese e della legittimità palestinese: questo paese è il nostro e questa piccola porzione è una porzione della nostra terra natale, una terra natale reale e nient’affatto mitica. Quest’occupazione è un’occupazione straniera che non può sfuggire all’accezione universale della parola occupazione, quale che sia il numero di titoli di diritto divino da essa invocati; Dio non è proprietà personale di nessuno.
Abbiamo accettato le soluzioni politiche fondate su una divisione della vita su questa terra, nel quadro dei due stati per due popoli. Noi pretendiamo soltanto il nostro diritto a una vita normale, all’interno delle frontiere di uno stato indipendente, sulla terra occupata dal 1967, di cui fa parte Gerusalemme Est, il nostro diritto a una soluzione equa del problema dei profughi, alla fine dell’insediamento delle colonie. È la sola voce realista in direzione della pace che metterà termine al circolo vizioso del bagno di sangue.
Il nostro caso è di una lampante evidenza, non si tratta di una lotta fra due esistenze, come vorrebbe mostrare il governo israeliano: loro o noi. La questione è cessare l’occupazione. La resistenza all’occupazione non è soltanto un diritto. È un dovere umano e nazionale che ci fa passare dalla schiavitù alla libertà. La strada più corta per evitare altri disastri e raggiungere la pace, è liberare i palestinesi dall’occupazione e liberare la società israeliana dall’illusione di un controllo esercitato su un altro popolo.
L’occupazione non si accontenta di privarci delle condizioni elementari della libertà, arriva fino a privarci delle condizioni dell’essenziale di una vita umana degna, dichiarando la guerra permanente ai nostri corpi e ai nostri sogni, alle persone, alle case, agli alberi, commettendo crimini di guerra. Essa non ci promette niente di meglio dell’apartheid e della capacità della spada di vincere l’anima.
Ma noi soffriamo di un male incurabile che si chiama speranza. Speranza di liberazione e d’indipendenza. Speranza di una vita normale in cui noi non saremo né eroi né vittime. Speranza di vedere i nostri figli andare a scuola senza pericoli. Speranza per una donna incinta di dare la vita a un bambino vivo, in un ospedale e non già a un bambino morto di fronte a un posto di blocco militare. Speranza che questa terra ritrovi il suo nome originale: terra d’amore e di pace. Grazie di portare con noi il peso di questa speranza.

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Stop the Wall


Dal 1 aprile al 14 e' in edicola "Stop the Wall" - il muro dell'apartheid in Palestina, edito da il manifesto, Liberazione, Carta.
La pubblicazione e' curata dalla rete delle Ong palestinesi "Pengon": "una ricerca per affrontare uno dei problemi piu' attuali e drammatici del conflitto mediorientale, provando a capirne meglio le ragioni e gli effetti".
Prefazione di Stefano Chiarini e Lanfranco Lannutti, interventi di Jamal Juma', Khaled Al Shanti, Abdul-latif Khaled.
Con allegata la mappa del muro, in vendita a 5,50 euro.

http://italy.stopthewall.org/

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Artists Without Walls will render the annexation -wall transparent


Israeli and Palestinian artists have come together to create "Artists Without Walls",
a permanent forum for dialogue between individuals engaged in all fields of art and culture.

When: Thursday, April 1st at 6:00 o¹clock P.M.
Where: Abu-Dis ­ Ras-Kubsa square, by the gas-station.

Meeting Point:
Buses reaching French Hill: 4, 4 A, from center of town
28 from central bus station

French Hill
Corner of Ha¹agana and Etzel Street
(in the parking lot in front of Dominos Pizza).

Time:
Between 5:00 and 6:00 pm
Shuttle Mini buses will travel back and forth between French Hill and Abu Dis
More info http://pia.omweb.org