A_C_T_I_O_N_S ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------->>
In memoria di Tom
Tom Benetollo, presidente dell’Arci, è morto a Roma
domenica 20 giugno 2004.
Tom è stato sempre vicino alla Palestina con passione e intelligenza,
la sua scomparsa ci addolora profondamente.
Lo ricorderemo in ogni gesto di solidarietà vera, in ogni
parola che si opponga all’ingiustizia, in Palestina e oltre.
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concert4palestine
BONO! Chiediamo a te, e a tutto il mondo della musica, di fare un
concerto per la Palestina!
Chiediamo
a te, e a tutto il mondo della musica, di levare la voce e dire:
"BASTA CON L'OCCUPAZIONE!"
Ti chiediamo di organizzare un concerto mondiale che afferma:
NO all'occupazione israeliana di Gerusalemme est,
la Cisgiordania e la Striscia di Gaza
NO alla violazione sistematica dei diritti civili
e la dignità umana del popolo palestinese
SI' ad una conferenza delle Nazioni Unite per
promuovere la pace nel Medio oriente
PERCHE'
BONO? Nel corso degli anni, Bono ha lavorato per molte buone cause,
come Amnesty International, Netaid e il progetto Jubilee 2000. Quest'uomo
ha la statura morale per mobilitare attori, artisti e attivisti
per i diritti umani dei palestinesi. Sostenendo questo appello,
farai sapere a Bono quello che pensi tu.
http://www.concert4palestine.org/
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Ritorno
ad Haifa
liberamente ispirato
all’omonimo romanzo di Ghassan Kanafani
A Napoli,
alla Galleria Toledo
In via Concezione a Montecalvario, 34
8 e 9 Giugno 2004 - ore 21,30
adattamento e regia Anita Mosca
con Vittoria Fusco, Mustafa Kurtam, Mara Mancinelli, Anita Mosca,
Adriana Parrella, Nicla Pannico,Paolo Pollio, Flora Sasso, Francesca
Sbiroli, Dalal Suleiman, Omar Suleiman
consulenza artistica Omar Suleiman e Wasim Dahmash
a cura della Comunità Palestinese di Napoli
e del Centro Culturale Mediterraneo
patrocinio del Comune di Napoli e della Provincia di Napoli
(Assessorato alla Cooperazione)
info e prenotazioni:
Galleria Toledo 081425037 - 081425824
Luca Marconi, ufficio stampa 0817602250
Comunità Palestinese 3404618909 - 3297917005
ingresso
con sottoscrizione
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Soldati che “rompono
il silenzio”
da il manifesto, 5 giugno 2004
“Rompere
il silenzio”. È questo il titolo della mostra inaugurata
alla scuola di fotografia di Tel Aviv che vede protagonisti un’ottantina
di soldati israeliani che hanno prestato servizio militare nella
città palestinese di Hebron (200 mila abitanti), nella Cisgiordania
occupata. Fotografie e videotestimonianze per raccontare l’abuso
quotidiano di Hebron e degli abitanti palestinesi di fatto tenuti
in ostaggio da 500 coloni israeliani, tra i più estremisti,
che si sono insediati nella città dopo l'occupazione nel
1967. “Vogliamo dire le cose come stanno - ha spiegato Misha
Kurz, 20 anni, soldato di leva - per riferire agli israeliani che
cosa accade in quella città e mettere in guardia altri soldati
che presteranno servizio in una situazione assurda”. A Hebron,
ha proseguito Kurz, “mi è stato insegnato (dai superiori
e dai coloni) che i palestinesi sono tutti potenziali terroristi,
anche un bambino di 9 anni o un anziano di 90 anni”.
Altri soldati hanno raccontato di un loro commilitone che una volta,
per “divertirsi un po’”, ha lanciato una granata
assordante in direzione di alcuni bambini palestinesi. Oppure il
caso di un loro ufficiale che, senza motivo, ha fatto bloccare un
corteo nuziale palestinese e sequestrare le chiavi di tutte le automobili,
non mancando di ridere quando la sposa ha cominciato a piangere.
Noam ha spiegato il difficile rapporto con i coloni. “Appena
arrivi in città un ragazzino ebreo ti accoglie offrendoti
dolci e caffè. Il giorno dopo lo vedi che, assieme ad altri,
prende a bastonate un anziano palestinese”. Una foto riprende
la scritta, in ebraico, sulla saracinesca di un negozio arabo: “Palestinesi
alle camere a gas”. I coloni hanno reagito a “Rompere
il silenzio” accusando gli organizzatori di essere “filo-palestinesi”
e nemici di Israele.
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Negato il visto d’ingresso in Italia
a un gruppo di musicisti palestinesi
da
l’Unità, 4 giugno 2004
Un
gruppo musicale palestinese di un campo profughi palestinese di
Damasco non potrà essere in Sardegna per una manifestazione
all’insegna della “Musica senza frontiere” (una
trentina di artisti provenienti da tutto il mondo si esibiranno
ad Assemini, nel cagliaritano, sabato prossimo) perché il
consolato italiano in Siria ha negato il visto d’ingresso
ai componenti. Lo rende noto l’associazione Amicizia Sardegna-Palestina
annunciando di aver sensibilizzato al caso alcuni parlamentari e
di aver trovato la disponibilità del deputato dei verdi Mauro
Bulgarelli, che ha pronta un’interrogazione al ministro degli
Affari Esteri.
“Due le motivazioni del diniego – racconta Mariangela
Pedditzi portavoce dell’associazione - Nessuno del gruppo
ha mai avuto un visto Shengen e quindi non offriva sufficienti garanzie;
il gruppo nonostante l’attestato del Ministero della Cultura
siriano, non è inserito in un registro di artisti professionisti.
Noi crediamo, invece, che alla base di questa decisione ci sia una
chiara direttiva politica di impedire a rappresentanti del mondo
arabo e soprattutto dell’area mediorientale, di avere la possibilità
di esprimere in Italia la loro cultura e di avere scambi con la
nostra”.
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Riflessi
del Sud [2]
Qui e altrove, Ici et ailleurs, Here and elsewhere
Napoli 6 – 18 maggio 2004
PROGRAMMA
giovedì
6 maggio
ore 18,00 Incontro - presentazione della rassegna cinematografica
Qui e altrove, Ici et ailleurs, Here and elsewhere
ore 18,30 L'identità negata, appunti per un cinema palestinese"
selezione materiale video a cura di Monica Maurer, regista
"Miti,storia e contraddizioni di Israele sul grande schermo:
la cinematografia israeliana dalle origini ad oggi"
selezione materiali video a cura di Asher Salah, docente Hebrew University
di Gerusalemme
ingresso gratuito
sabato
8 maggio
ore 18,00 film Écrivains des frontières - Un voyage
en Palestine(s) di Samir Abdallah - Jose Reynes
Francia 2004, 80’ (v.o. sott. it.) in anteprima per Napoli
ore 20,30 Paolo Scarnecchia presenta
“Solo performance” concerto di Kamilya Jubran, voce, oud
e kanun, Palestina
ore 23,00 Odori e sapori della Palestina Caffè arabo | Piazza
Bellini a cura della comunità palestinese
domenica
9 maggio
ore 19,30 film Fortini/cani di Jean-Marie Straub - Danièle
Huillet, Italia - Germania 1976, 75' (v.it.)
ore 21,30 film Ici et ailleurs di Jean-Luc Godard - Jean-Pierre Gorin
- Anne-Marie Miéville, Francia 1974, 55'
(v.o. sott. ing.) lunedì
10 maggio
ore 17,00 film Route 181 – Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele,
parte l di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott.
it.)
ore 18,30 film Route 181 – Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele,
parte ll di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott.
it.)
ore 21,00 incontro con i registi Michel Khleifi, Eyal Sivan. Interverranno
Maria Nadotti e Monica Maurer
ore 22,00 film Route 181 – Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele,
parte lll di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott.
it.)
versione integrale in anteprima nazionale
martedì 11 maggio
ore 19,00 film Aqabat jaber- Vie de passage di Eyal Sivan Belgio
1987, 80' (v.o. sott. fr)
ore 20,30 film Aqabat jaber - Paix sans retour? di Eyal Sivan Belgio
1995, 60' (v.o. sott. fr)
ore 21,30 film Uno specialista - Ritratto di un criminale moderno
di Eyal Sivan
Francia - Germania - Belgio - Austria - Israele 1999, 128' (v. it.)
mercoledì 12 maggio
ore 18,30 film Izkor: Slaves of Memory di Eyal Sivan Francia 1990,
97' (v.o. sott. ing.)
ore 20,30 film Israland di Eyal Sivan Belgio 1991, 58' (v.o. sott.
fr.)
ore 21,30 film Route 181 – Fragments of a Journey in Palestin
- Israel, parte l di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott.
it.)
giovedì 13 maggio
ore 17,30 film Tale of the Three Lost Jewels di Michel Khleifi
Belgio - Spagna - Palestina - Inghilterra 1994, 107' (v.o. sott.
ing.)
ore 19,30 film Canticle of the Stones di Michel Khleifi, Israele
- Belgio - Francia - Inghilterra 1990, 106'
(v.o. sott. ing.)
ore 21,30 film Nozze in Galilea di Michel Khleifi, Francia - Belgio
- Israele 1987, 112' (v. it.)
venerdì
14 maggio
ore 18,30 film Forbidden marriages in the Holy Land di Michel Khleifi
Inghilterra - Belgio - Palestina 1995, 66' (v.o. sott. ing.)
ore 20,00 film Fertile memory di Michel Khleifi, Palestina - Olanda
- Belgio 1980, 100' (v.o. sott. ing.)
ore 22,00 film Route 181 – Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele,
parte ll di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott.
it.)
sabato
15 maggio
ore 17,30 film Route 181 – Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele,
parte l di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott.
it.)
ore 19,30 film Route 181 – Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele,
parte ll di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott.
it.)
ore 21,30 film Route 181 – Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele,
parte lll di Michel Khleifi - Eyal Sivan
Belgio - Francia - Germania - Inghilterra 2003, 90' (v.o. sott.
it.)
versione integrale in anteprima nazionale
domenica
16 maggio
ore 18,00 film Ticket to Jerusalem di Rashid Masharawi, Olanda -
Palestina - Francia – Australia 2002, 85'
(v. it.)
ore 20,30 Paolo Scarnecchia presenta
“Duo d’ Oud” concerto di Samir e Wissam Joubran,
voce e oud, Palestina
ore 23,00 Odori e sapori della Palestina Caffè arabo | Piazza
Bellini a cura della comunità palestinese
lunedì 17 maggio
17,00 incontro sul territorio della West Bank
Multiplicity incontra Sharon Rotbard - architetto, Israele e Eyal
Weyzman – architetto, Israele.
Interviene Amato Lamberti – Presidente della Provincia di
Napoli
lunedì
17 maggio
ore 15 - 18 “Il documentario in aree di conflitto”
seminario/laboratorio tenuto da Jean Khalil Chamoun – documentarista,
Libano
ore
19,30 film Children of fire di Mai Masri, Inghilterra 1990, 50'
(v.o. sott. it.)
ore 20,30 film Frontiers of dreams and fears di Mai Masri, 2001,
56' (v.o. sott. it.)
ore 21,30 film Children of Shatila di Mai Masri, Libano 1998, 50'
(v.o. sott. it.)
ore 22,30 film Frontiers of dreams and fears di Mai Masri, 2001,
56' (v.o. sott. it.)
martedì 18 maggio
ore 15 - 18 “Il documentario in aree di conflitto”
seminario/laboratorio tenuto da Jean Khalil Chamoun – documentarista,
Libano
ore
19,30 Presentazione del film Women beyond borders di Jean Chamoun
in anteprima nazionale alla presenza dell'autore.
Intervengono Mai Masri - regista, Palestina, Monica Maurer –
regista, Germania,
Stefano Chiarini, giornalista - Il Manifesto
ore 21,30 film Women beyond borders di Jean Chamoun, 2004, 60' (v.o.
sott. ing.)
ore 22,30 film Hanan Ashrawi - a woman of her time Mai Masri 1995,
50' (v.o. sott. ing.)
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Il
cinema di Michel Khleifi
La
pace si chiama uguaglianza
“Il
mondo deve capire che questa guerra è un problema che riguarda
tutti, non solo Israele e Palestina, in cui è in gioco l'equilibrio
dei rapporti nord-sud e dove si riflettono le contraddizioni della
società contemporanea”
Cristina Piccino intervista a Parigi Michel Khleifi, regista palestinese
che nel suo cinema ha raccontato il suo paese. “Israele è
oggi uno stato razzista e repressivo. Solo quando smetteranno di
considerarci delle bombe, le cose potranno di nuovo cambiare”
da
il manifesto 2 aprile 2002
>>
leggi l'intervista
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Rossana Rossanda
La Shoa tradita
da
il manifesto 23 gennaio 2002
Non
basta che Sharon abbia imposto ai territori occupati un reticolo
militare che ne impedisce ogni movimento, ora occupa le città
dell'Autonomia palestinese, perquisisce, arresta, si ritira a piacer
suo. Giudica e uccide a distanza quelli che considera nemici e potenziali
terroristi. Tiene Arafat in arresto sotto il tiro delle sue armi,
lo ha logorato e ora decide che non è più il suo interlocutore.
E Bush segue. Stretti fra l'esercito israeliano e i confini sbarrati
dei paesi adiacenti, ai palestinesi non resta neanche la possibilità
di riparare altrove, sono stremati, soffocati, dilaniati da anni
da un negoziato leonino quando non imbroglionesco e una ribellione
che, nata a sassate, è andata via via sfuggendo al controllo
del vecchio leader e ha alimentato Hamas. Ma perché chiamare
terrorista soltanto Hamas? Sono simmetriche le azioni di attacco
e rappresaglia, Israele e Hamas agiscono allo stesso modo, ma con
un'enorme sproporzione di forze. Da una parte è uno stato
occupante che si erge a vittima della rivolta di coloro che opprime,
dall'altra la radicalizzazione di chi non ha più niente da
perdere e una sola arma in più - la propria vita. La spirale
tremenda - che soltanto Rabin ha cercato di fermare e per questo
è stato ucciso - funziona sempre. La vite si sta stringendo,
la Palestina sta per spegnersi sotto gli occhi del mondo. Gli appelli
di Arafat alle Nazioni unite cadono nel vuoto, quanto all'Europa
non fa parola: è bastato che Bush desse l'alt e le gesticolazioni
di Tony Blair e Joschka Fischer sono cessate.
Quelli di noi che gridarono non solo di ingiustizia ma di inutilità
della guerra contro l'Afghanistan (e io sono fra loro), si sono
sbagliati: pensavano - pensavo - ancora nei termini delle guerre
novecentesche e d'un qualche diritto internazionale. Invece gli
Stati uniti, con l'avallo dell'Onu e col pretesto di colpire Bin
Laden, si sono dati licenza di intervenire militarmente dovunque,
senza limiti né di tempo né di luogo - per ora nella
zona chiave del Mediterraneo e del Medio oriente, bacino del petrolio
e cintura d'accesso dell'enorme Asia; domani sarà altrove,
Israele li incalza additando ieri l'Iraq oggi l'Iran. Ma sbagliava
anche chi ha creduto che l'azione americana fosse una crudele ma
comprensibile ritorsione, mirasse a colpire Al Qaeda, e puntasse
a isolare il fondamentalismo anche politicamente, disinnescando
anzitutto il focolaio del conflitto Israele-Palestina. E' bastato
che il governo israeliano si opponesse a questa intenzione, se mai
è realmente esistita, perché Bush gli andasse dietro.
Non aprono bocca le istituzioni, non si sollevano le coscienze.
Che cosa siamo diventati? L'attentato alle due torri ci ha sconvolto
ma gli altri dolori non ci toccano, non sono. Né toccano
le coscienze americane, non ci sono boys che tornano nelle bare
come nella guerra del Vietnam, le battaglie di terra le fanno gli
indigeni, armati e finanziati dal Pentagono, i boys restano imprendibili
nei bombardieri ad alta tecnologia distruttiva. Si sopportano agevolmente
le sofferenze degli altri, tanto non sono come noi, con loro i nostri
diritti cessano di essere, si può torturarli e umiliarli.
I principi elementari cui l'Europa del Novecento aveva aperto duramente
la strada, quella del Duemila li ha gettati alle spalle. Sì,
siamo tutti americani. E non c'è ragione se non nella forza,
la forza sta con Bush e con Sharon. E non importa che sia una ragione
miope, forse questo è messo nel conto, perché così
si eternizzano le politiche muscolari.
Chi non sa che se appena si potesse votare negli stati arabi del
Mediterraneo e del Golfo il fondamentalismo diventerebbe maggioritario
dovunque, alimentato da dieci anni a questa parte dagli Stati uniti
e da Israele? Era questo che volevano i sopravvissuti della Shoah,
quando cercavano una terra che desse finalmente sicurezza a loro
e ai loro figli? Sharon li tradisce. Forse realizzerà la
grande Israele ma in un mare di odio e la guerra non avrà
mai fine.
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Robert
Fisk
Fermate
il soldato Bush
da
l’Unità 17 aprile 2004
Così
il presidente George Bush straccia il piano di pace israelo-palestinese
e tutto va bene. Insediamenti israeliani per gli ebrei e solo per
gli ebrei in Cisgiordania. Tutto bene. Si strappa ai palestinesi
la terra che hanno posseduto per generazioni; tutto bene. La Risoluzione
242 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu dice che di quella
terra non ci si può impadronire a seguito di una guerra.
Lasciamo perdere. Tutto bene. Per caso il presidente George Bush
lavora per Al Qaeda? Che vorrebbe dire? Che a George Bush sta più
a cuore la sua rielezione che il Medio Oriente? O che George Bush
ha più paura della lobby ebraica che del suo elettorato?
Il suo linguaggio, la sua vulgata, i suoi discorsi sulla storia
sono stati una tale menzogna nelle ultime tre settimane che mi chiedo
per quale ragione ci prendiamo la briga di ascoltare le sue noiose
conferenze stampa. Ariel Sharon, responsabile del massacro di Sabra
e Chatila (1.700 civili palestinesi morti) è un “uomo
di pace”.
Un “uomo di pace” anche se il rapporto ufficiale israeliano
del 1993 sul massacro lo indicava come “personalmente responsabile”
dell’accaduto. Ora Bush loda come “un atto storico e
coraggioso” il piano di Sharon di rubare altra terra ai palestinesi.
Che Dio ci aiuti! Basta abbandonare gli sparuti insediamenti ebrei
illegali a Gaza e tutto va bene: il furto di terre ad opera dei
coloni, il rifiuto del diritto di fare ritorno in Israele per i
palestinesi che abitano lì: tutto bene. Bush, che affermava
di aver cambiato il Medio Oriente invadendo l’Iraq, ora afferma
che invadendo l’Iraq sta cambiando il mondo! Tutto bene! Non
c’è nessuno pronto a gridare “Fermi! Ne abbiamo
abbastanza!”?
Due sere fa quest’uomo pericolosissimo, George Bush, ha parlato
di “libertà in Iraq”. Non di “democrazia”
in Iraq. No, alla “democrazia” non ha nemmeno accennato.
La “democrazia” è ormai semplicemente fuori dall’equazione.
Ora si parla solo di libertà – libertà da Saddam
piuttosto che libertà di avere le elezioni. E cosa dovrebbe
comportare questa “libertà”? Un gruppo di iracheni
nominati dagli americani cederà il potere ad un altro gruppo
di iracheni nominati dagli americani. Questa sarà la “storica
cessione della sovranita’” irachena. Ebbene sì,
non mi riesce difficile capire perché George Bush vuole assistere
ad una “cessione” di sovranità. I “nostri
ragazzi” debbono essere tolti dalla linea del fuoco –
che siano gli iracheni a fare da sacchetti di sabbia.
La storia irachena è già stata scritta. A titolo di
vendetta per il brutale assassinio di quattro mercenari americani
– perché questo di fatto erano - i Marines americani
si sono resi responsabili del massacro di centinaia di donne, bambini
e guerriglieri nella città sunnita di Falluja. I militari
americani sostengono che la maggior parte dei morti erano militanti.
Non è vero, replicano i medici. Ma le centinaia di morti,
molti dei quali civili, sono stati un vergognoso riflesso sulla
marmaglia della soldatesca americana che ha condotto questi attacchi
indisciplinati contro Falluja. Molti sunniti di Baghdad dicono che
Falluja dovrebbe essere la capitale del “Nuovo Iraq”,
nuovo, naturalmente, secondo la versione irachena non secondo quella
di Paul Bremer.
E il risultato? Grazie al presidente Bush, vaste zone della Cisgiordania
palestinese diventeranno Israele. Terre che appartengono a persone
non israeliane debbono essere rubate dagli israeliani perché
è “irrealistico” accettare una soluzione diversa.
Bush è per caso un ladro? È un criminale? Può
essere accusato di complicità in un atto criminale? L’Iraq
può dire al Kuwait che è “irrealistico”
modificare i confini Ottomani? Un tempo la terra di Palestina abbracciava
tutto l’attuale territorio israeliano. È apparentemente
“realistico” modificare tutto questo sia pure nella
misura del due per cento? Tutto quello che il governo degli Usa
ha fatto per conservare la sua reputazione di “mediatore”
in Medio Oriente è stato vanificato da questo codardo, vigliacco
presidente americano, George W. Bush. Il fatto che potrebbero aumentare
i rischi per i suoi soldati non lo preoccupa – in ogni caso
lui non partecipa ai funerali. Il fatto di violare il diritto naturale
non lo preoccupa. Il fatto che le sue dichiarazioni siano in palese
violazione del diritto internazionale non ha alcuna conseguenza.
E tuttavia dobbiamo continuare ad andare al traino di quest’uomo.
Se veniamo colpiti da Al Qaeda è colpa nostra. E se il 90%
della popolazione spagnola ha chiaramente indicato di essere contraria
alla guerra, vuol dire che sono filo-terroristi nel momento in cui
piangono 200 civili spagnoli uccisi da Al Qaeda. Gli spagnoli prima
hanno condannato la guerra, poi ne hanno dovuto subire le conseguenze
– ed infine sono condannati come colpevoli di “appeasement”
con il terrorismo dal regime di Bush e dai suoi vigliacchi giornalisti
nel momento in cui dicono che i loro mariti, le loro mogli, i loro
figli non meritavano di morire.
Se questo deve essere il loro destino allora, scusatemi, vorrei
avere un passaporto spagnolo per poter condividere la “vigliaccheria”
del popolo spagnolo! Se Sharon è “storico” e
“coraggioso”, allora gli assassini di Hamas e della
Jihad islamica potranno rivendicare il medesimo riconoscimento.
Bush questa settimana ha legittimato il “terrorismo”
– e chiunque dovesse perdere un arto o la vita può
ringraziarlo per la sua inclinazione alla vigliaccheria. E temo
che possano ringraziare anche Blair per la sua vigliaccheria.
©
The Independent
(Traduzione di Carlo Antonio Biscotto)
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Enzo Apicella
a Foligno
Nell’ambito
della 13a rassegna internazionale dell’umorismo inaugurata
a Foligno il 18 aprile, il vignettista Enzo Apicella ha inaugurato
la mostra “Un anno di Apicella”, 310 tavole pubblicate
dal quotidiano “Liberazione” nel 2003. Del disegnatore
napoletano, da anni stabilitosi a Londra, kufia ha pubblicato, in
coedizione con “Liberazione”, lo speciale “Amaretti
di Sharon”. La mostra resterà aperta fino al 16 maggio.
Per informazioni: www.comune.foligno.pg.it
– tel.0472350734.
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Viaggio in Palestina
testi
di Mahmoud Darwish, Russell Banks, Bei Dao, Breyten Breutenbach,
Vincenzo Consolo, Juan Goytisolo, Christian Salmon, Wole Soyinka,
Hélène Cixous, Jacques Derrida
edizioni
nottetempo, marzo 2003 144 pagine, 12 euro
Nel
marzo 2002, su invito del grande poeta palestinese Mahmoud Darwish,
da mesi assediato a Ramallah dall’esercito di Sharon, una
delegazione del Parlamento Internazionale degli Scrittori si reca
nei territori palestinesi. Sono otto scrittori di fama mondiale
provenienti da quattro continenti: scopo del viaggio è rompere
l’isolamento di scrittori e poeti palestinesi e testimoniare
di una situazione diventata intollerabile per ogni uomo libero.
I testi pubblicati, accompagnati dai messaggi dei filosofici francesi
Jacques Derrida e Hélène Cixous e dall’appello
alla pace lanciata dal P.I.S, sono il racconto preciso e vivo di
una realtà che la cronaca ha consumato al punto da impedire
una vera presa di coscienza. La violenza è ovunque, nel paesaggio
devastato, nell’ostinata presenza degli insediamenti, negli
uliveti sradicati, nelle vessatorie attese ai posti di blocco, nelle
barricate di cemento, negli scheletri delle case distrutte dai bulldozer,
nel rombo dei carri armati e nei ritratti dei martiri suicidi. Gli
scrittori osservano e raccontano, con l’efficace semplicità
della parola letteraria, la profonda disumanizzazione di entrambi
i popoli, israeliano e palestinese.
Appello
per la pace in Palestina
Parlamento Internazionale degli Scrittori, 6 marzo 2004
Una
guerra è in corso in Palestina. Essa non contrappone gli
eserciti di due stati nemici, ma un esercito tra i più potenti
del mondo a un popolo occupato. Giorno e notte, da mesi, i territori
sotto l’autorità palestinese, sono divisi come una
scacchiera dall’esercito israeliano. Vi si moltiplicano i
posti di frontiera, si murano le entrate dei villaggi, si paralizza
il flusso di popolazione, si creano dei ghetti, delle riserve, dove
non circolano che carri armati, sorvolati in permanenza dagli elicotteri
dell’esercito.
Ancora una volta, si cede all’illusione della potenza assoluta
delle armi, della distruzione totale dell’avversario, mentre
si alimenta di fatto la spirale dei ciechi attentati e delle rappresaglie.
Ancora una volta, l’illusione di ciascuno a casa propria,
il miraggio degli Stati etnicamente puri, la logica folle dell’apartheid,
su una terra intessuta di differenze dove non ci sono soltanto due
verità, due credenze e due popoli, ma infinite lingue e culture.
Di fronte all’aggravarsi della situazione in Palestina, il
Parlamento Internazionale degli Scrittori:
- esprime
la sua solidarietà nei confronti di tutte le popolazioni
civili duramente colpite dal conflitto e chiede che tali popolazioni
beneficino al più presto di una protezione internazionale
sotto l’egida dell’ONU,
- stima che la fine dell’occupazione militare e la ripresa
dei negoziati siano i soli modi di ottenere una pace duratura,
- invia una delegazione di scrittori che dal 24 al 29 marzo 2002
si recherà nei territori occupati e in Israele per incontrarvi
scrittori e artisti palestinesi, cosí come rappresentanti
dei movimenti civili che lottano per la pace e il dialogo culturale,
- fin da ora, il P.I.S. prende le disposizioni necessarie per accogliere
scrittori palestinesi nel seno della Rete delle Città Rifugio
e apre il suo sito internet a tutti coloro che, in Israele e in
Palestina, scrittori e artisti, desiderino testimoniare e organizzarsi.
Questo
appello è stato firmato da oltre seicento scrittori, artisti,
intellettuali originari di più di trenta paesi, tra i quali:
Chinua Achebe (Nigeria), Adonis (Libano), Gamal Alghitany (Egitto),
Margaret Atwood (Stati Uniti), Paul Auster (Stati Uniti), Russel
Banks (Stati Uniti), Amiri Baraka/Leroi Jones (Stati Uniti), Bei
Dao (Cina), Breyten Breutenbach (Sud Africa), André Brink
(Sud Africa), Hélène Cixous (Francia), Vincenzo Consolo
(Italia), Francis Ford Coppola (Stati Uniti), Mahmoud Darwish (Palestina),
Jacques Derrida (Francia), Anita Desai (India), Assia Djebar (Algeria),
Ariel Dorfman (Cile), Margaret Drabble (Gran Bretagna), Juan Gelman
(Argentina), Carlo Ginzburg (Stati Uniti/Italia), Edouard Glissant
(Martinica), Juan Goytisolo (Spagna), Nedim Gürrsel (Turchia),
Ted Honderich (Gran Bretagna), Michael Holroyd (Gran Bretagna),
Chenjerai Hove (Zimbabwe), Sonallah Ibrahim (Egitto), Elias Khoury
(Libano), Eduardo Manet (Francia/Cuba), Javier Marías (Spagna),
Carlos Monsivais (Messico), Toni Morrison (Stati Uniti), Álvaro
Mutis (Colombia), Marie Ndiaye (Francia), Michael Ondaatje (Canada),
Raoul Peck (Haiti), Artur Penn (Stati Uniti), Harold Pinter (Gran
Bretagna), Salman Rushdie (Gran Bretagna), Charles Simic (Stati
Uniti), Wole Soyinka (Nigeria), Silvia Tannenbaum (Stati Uniti),
Vassilis Vassilikos (Grecia), Juan Villoro (Messico), Paul Virilio
(Francia), Cornel West (Stati Uniti)…
Mahmoud
Darwish
Soffriamo di una malattia incurabile: la speranza
discorso pronunciato a Ramallah il 25 marzo 2002
È
per me un grande piacere e un onore accogliervi su questa terra
nella sua primavera di sangue, una terra che ha la nostalgia del
suo vecchio nome: terra d’amore e di pace.
La vostra coraggiosa visita durante questo mostruoso assedio è
un modo per rompere il nostro sentimento d’isolamento. Con
voi noi ci rendiamo conto che la coscienza internazionale, di cui
voi siete onorevoli rappresentanti, vive ancora, ed è capace
di protestare e di schierarsi dalla parte della giustizia. Voi ci
avete dato l’assicurazione che gli scrittori hanno ancora
un ruolo importante da svolgere nella lotta per la libertà
e nella battaglia contro il razzismo.
La responsabilità verso il destino umano non può limitare
la sua espressione al testo letterario. In situazioni d’urgenza
e di calamità umana, lo scrittore si mette alla ricerca di
un ruolo morale da svolgere in altre forme di azione pubblica, un
ruolo che rafforza la sua integrità letteraria, che mobilita
la coscienza pubblica intorno ad alti valori morali, il più
importante dei quali è la libertà. È così
che noi leggiamo il nobile messaggio che voi ci rivolgete oggi:
un messaggio di solidarietà e di simpatia.
Io so che i maestri della parola non hanno bisogno di retorica di
fronte all’eloquenza del sangue. È per questo che le
nostre parole saranno altrettanto semplici dei nostri diritti: siamo
nati su questa terra e da questa terra. Noi non abbiamo conosciuto
altra madre, altra lingua materna che la sua. E quando abbiamo capito
che essa è carica di troppa storia e di troppi profeti, abbiamo
saputo che il pluralismo è uno spazio che abbraccia con generosità,
non una cella di prigione, che nessuno ha il monopolio su una terra,
su Dio, sulla memoria. Sappiamo anche che la storia non può
avere etichette di equità né di eleganza. Il nostro
compito come esseri umani perciò è di umanizzare questa
di cui siamo simultaneamente le vittime e il prodotto.
Non c’è niente di più chiaro della verità
palestinese e della legittimità palestinese: questo paese
è il nostro e questa piccola porzione è una porzione
della nostra terra natale, una terra natale reale e nient’affatto
mitica. Quest’occupazione è un’occupazione straniera
che non può sfuggire all’accezione universale della
parola occupazione, quale che sia il numero di titoli di diritto
divino da essa invocati; Dio non è proprietà personale
di nessuno.
Abbiamo accettato le soluzioni politiche fondate su una divisione
della vita su questa terra, nel quadro dei due stati per due popoli.
Noi pretendiamo soltanto il nostro diritto a una vita normale, all’interno
delle frontiere di uno stato indipendente, sulla terra occupata
dal 1967, di cui fa parte Gerusalemme Est, il nostro diritto a una
soluzione equa del problema dei profughi, alla fine dell’insediamento
delle colonie. È la sola voce realista in direzione della
pace che metterà termine al circolo vizioso del bagno di
sangue.
Il nostro caso è di una lampante evidenza, non si tratta
di una lotta fra due esistenze, come vorrebbe mostrare il governo
israeliano: loro o noi. La questione è cessare l’occupazione.
La resistenza all’occupazione non è soltanto un diritto.
È un dovere umano e nazionale che ci fa passare dalla schiavitù
alla libertà. La strada più corta per evitare altri
disastri e raggiungere la pace, è liberare i palestinesi
dall’occupazione e liberare la società israeliana dall’illusione
di un controllo esercitato su un altro popolo.
L’occupazione non si accontenta di privarci delle condizioni
elementari della libertà, arriva fino a privarci delle condizioni
dell’essenziale di una vita umana degna, dichiarando la guerra
permanente ai nostri corpi e ai nostri sogni, alle persone, alle
case, agli alberi, commettendo crimini di guerra. Essa non ci promette
niente di meglio dell’apartheid e della capacità della
spada di vincere l’anima.
Ma noi soffriamo di un male incurabile che si chiama speranza. Speranza
di liberazione e d’indipendenza. Speranza di una vita normale
in cui noi non saremo né eroi né vittime. Speranza
di vedere i nostri figli andare a scuola senza pericoli. Speranza
per una donna incinta di dare la vita a un bambino vivo, in un ospedale
e non già a un bambino morto di fronte a un posto di blocco
militare. Speranza che questa terra ritrovi il suo nome originale:
terra d’amore e di pace. Grazie di portare con noi il peso
di questa speranza.
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Stop the Wall
Dal 1 aprile al 14 e' in edicola "Stop the Wall" - il muro
dell'apartheid in Palestina, edito da il manifesto, Liberazione, Carta.
La pubblicazione e' curata dalla rete delle Ong palestinesi "Pengon":
"una ricerca per affrontare uno dei problemi piu' attuali e drammatici
del conflitto mediorientale, provando a capirne meglio le ragioni
e gli effetti".
Prefazione di Stefano Chiarini e Lanfranco Lannutti, interventi di
Jamal Juma', Khaled Al Shanti, Abdul-latif Khaled.
Con allegata la mappa del muro, in vendita a 5,50 euro.
http://italy.stopthewall.org/
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Artists Without Walls will render the annexation -wall transparent
Israeli
and Palestinian artists have come together to create "Artists
Without Walls",
a permanent forum for dialogue between individuals engaged in all
fields of art and culture.
When:
Thursday, April 1st at 6:00 o¹clock P.M.
Where:
Abu-Dis Ras-Kubsa square, by the gas-station.
Meeting
Point:
Buses reaching French Hill: 4, 4 A, from center of town
28 from central bus station
French
Hill
Corner of Ha¹agana and Etzel Street
(in the parking lot in front of Dominos Pizza).
Time:
Between
5:00 and 6:00 pm
Shuttle
Mini buses will travel back and forth between French Hill and Abu
Dis
More info http://pia.omweb.org

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