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Eloy
Torrez
Più del vero
Non so quanti conoscono Eloy
Torrez, forse pochi, molti però conoscono
i suoi murales sparsi in giro per la città di Los Angeles,
come quello che rappresenta Bette Davis, ad Hollywood, o quello con
Antony Quinn, a Downtown, all'angolo tra Brodway e la Terza Strada.
Impossibile non notarli, per l' impatto, la forza, il colore... e
perché sono
figure più grandi del vero, mastodontiche.
I murales "sono
venuti a lui", per caso, dice. In realtà sono
stati la prima occasione per guadagnarsi da vivere e pagare le
bollette. Gli è piaciuto molto passare il tempo sulle impalcature,
quello di muralista è un
lavoro fisico, duro, che gli ha dato grande soddisfazione, da subito,
per quantolo sfinisse. Apparteneva all'etica di suo padre, un chicano
del Nuovo Messico, un lavoratore a giornata sulle strade ferrate.
Prima
restaurando, poi creando i suoi propri murales, Eloy poteva ritagliare
tempo per fare musica, attività anch'essa "nata per caso",
dice lui, in quegli stessi anni, "sui banchi della scuola
d'arte". Inizio degli '80, a Los Angeles impera il Punk, la
prima band in cui si trova coinvolto con testi e chitarra è quella
dei Rentz, più tardi
sono i Western Heros. Piccole formazioni, due, tre elementi: un
filippino, un
paio di chicanos angelini (Jose Hernandez, Carlos Valdez).
La musica diventa subito un complemento ideale alla pittura: suonando,
rompe il cerchio dell'introversione, l'abito della creazione solitaria. Entra
in contatto col pubblico, impara, inoltre, a conoscere meglio L.A.,
dove è arrivato
a 22 anni, dopo averne trascorsi 8 in un minuscolo villaggio nel
deserto, tra la California e il Nevada. Un luogo cui Eloy si riferisce
spesso come all'inferno culturale. Luogo dell'oblìo e del
nulla assoluto, ma anche luogo della sua adolescenza. La musica,
per Eloy, ha il vantaggio d'offrire gratificazione istantanea, in
contrasto coi ritmi della pittura di strada, la lentezza, la laboriosità con
cui le figure emergono. Eppure smette di suonare, quando, tra l'89
ed il 91, è coinvolto
in una mostra di artisti chicani, "Diavoli ed Angeli",
che viaggia in Spagna ed in
Francia. Gli viene affidato il progetto di un murales a St. Denis
(periferia ex-comunista a nord di Parigi). Il murales deve esprimere
le difficoltà d'integrazione degli algerini nel contesto
della popolazione francese.

Si reca per alcuni mesi sul luogo, così da
preparare il suo intervento. Ma il contatto è difficile,
l'artista "americano" (siamo
all'epoca di Bush senior) è identificato come una sorta
di agente governativo, prezzolato, di certo e riccamente, tanto
dal regime francese quanto da quello oltreoceano. La gente rimane
chiusa ed ostile, nessuno vuol far da tramite, aiutare con la lingua,
trovare i materiali, l'organizzazione è inesistente.
Eloy è tentato di approfittare di quell'unico, inaspettato
viaggio in Europa, per mollar tutto e venirsene in Italia, vedere
qualcos'altro, ma pazienta. Lentamente, una ragazza indiana, la
cui mentalità si rivela
oltremodo aperta, decide di collaborare, lo raggiunge sulle impalcature
ed il lavoro comincia. Il progetto iniziale (una madre con i bambini
in braccio) viene rifiutato perché troppo religioso, allora
Eloy sceglie come modello Ajeda, un'algerina militante, che ha
organizzato per parecchi anni il centro d'integrazione per madri
immigrate a St. Denis. Quando chiede ad Ajeda di indossare l'abito
africano tradizionale, se la trova davanti in ciò che per
lui è un costume Navajo...
Ajeda è una "nativa", di dove non importa, una
madre terra, che finalmente gli permette di sentirsi meno isolato,
meno straniero in quell'angolo del pianeta... La colloca, del resto,
su un geo/globo, e, mentre la figura comincia a comporsi, gli adolescenti
del luogo iniziano ad avvicinarsi, a voler prender parte ai lavori. "Hanno
capito" ricorda Eloy "che
avevo il cuore al posto giusto" e che "stavo realmente
tentando di connettermi a loro".
 Finalmente. Ad Ajeda, centrale,
si aggiungono le figure di un giovane rapper e d'un altro ragazzo
di colore. Ambedue tengono in mano un libro, che per E. è icona
fondamentale, rappresenta il passaggio dell'informazione. Quello
che certo mancava nell'inferno della sua giovinezza. Ma anche questa
evoluta ed emancipata St. Denis, gli incolla addosso uno stereotipo
qualsiasi, lo riveste di panni USA e capitalisti, solo perché non
appare ornato di bandane, in canottiera, e col pugno chiuso. È
utile ricordare che E., nato nel '54, appartiene a quel mondo in
cui, nei bar di Albaquerque, Nuovo Messico, era esposto il cartello "Vietato
ai Messicani", come in Svizzera quello "Vietato agli
Italiani".
Toti O'Brien |