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Danijel
Zezelj
ES: Caro Danijel, ultimamente in Italia ti vediamo perlopiù in
occasione di performance e seminari. Qual è il tuo rapporto
con l’italia in questo periodo? Sei in contatto con qualcuno
per pubblicare?
DZ: In Italia, sto ancora collaborando con Grifo
Edizioni. Hanno infatti pubblicato la mia nuova graphic novel Small
Hands ed anche una seconda edizione de Il Ritmo del Cuore,
esaurita per un periodo. Per alcuni dei miei lavori recenti, ho
provato a contattare
diversi editori italiani, senza però ricevere alcuna risposta.
Stampare un libro o una rivista, non è più una cosa
difficile e costosa, così praticamente chiunque può farlo
da solo. Il problema è come distribuire e come raggiungere
il pubblico (probabilmente è una
cosa che conosci dalla tua esperienza con Inguine). Se io fossi
in grado di risolvere questo problema, mi stamperei i libri da
solo. Le performance multimediali sono state per me una strada
per cambiare la tecnica di lavoro ed anche un metodo per collegare
arti visive e musica (tutte le performance sono state realizzate
in collaborazione con Jessica
Lurie, compositrice e sassofonista).
Oltretutto, le performance sono un modo per raggiungere il pubblico
direttamente, presentare le mie graphic novel ed anche la musica
e i CD di Jessica. È un lavoro molto impegnativo,
con un grande coinvolgimento fisico ed emotivo, ed ancora non sono
sicuro se abbia un senso.
ES: Qual è stata la tua esperienza italiana?
Puoi essere onesto e cattivo!
DZ: Sono arrivato in Italia alla fine
del 1991, dopo avere lasciato l’Ex Yugoslavia e passato sei
mesi a Londra. Visto che mi avevano buttato fuori dall’Inghilterra
(polizia dell’immigrazione), l’Italia era l’unico
paese nel quale speravo di potere rimanere a lavorare. In questo
senso, l’Italia ha salvato
la mia vita. La gente di Montepulciano, che a malapena conoscevo,
mi ha accettato e aiutato. Ho lasciato un pezzo del mio cuore in
quel posto e devo molto a quelle persone. Penso tra l’altro
che l’Italia sia un posto speciale.
C’è una commistione e uno scontro di molte diverse
influenze, buone e cattive, ma c’è ancora un forte
senso comune, una gioia di vivere, che mira sempre al lato solare
delle cose. Una lotta continua tra differenti forze, idée,
tendenze (politiche, culturali, sociali…), ma fintanto che
c’è lotta c’è speranza.
Capisco che è una visione molto soggettiva, ma è il
modo in cui io la vedo, probabilmente anche perché sono
un outsider.
ES:
Ora, vivi nell’impero “del male”…cosa significa
essere un disegnatore europeo, croato, ex yugoslavo negli USA?
DZ: Significa essere un immigrato, ovvero non
sentirsi mai a casa, non sentirsi mai a proprio agio, rilassato
e tranquillo. Significa che non puoi mai divenire una parte di un
gruppo, ma sei sempre un outsider e devi continuare a vivere, pensare
ed agire come un individuo ai margini. Ma questo sforzo continuo
ti mantiene vivo e vigile, ed è un elemento che considero
positivo.
Perché da solo puoi essere buono, mentre in gruppo puoi
divenire un animale. Dunque, la mia posizione in questo “impero
del male” è la medesima che avrei in altri luoghi – vivere
giorno per giorno, cercando di sopravvivere.
 ES: Hai ripetuto due volte che ti consideri un
outsider. Cosa significa per te questo termine esattamente, non avere
padroni, non avere maestri, oppure…? C’è qualcuno
con il quale ti senti di avere una “parentela” in questo
senso? In fondo gli USA sono il paese degli immigrati per natura...
Non credo che sia semplicemente perché tu provieni da un altro
paese a farti sentire così.
DZ: Con il termine outsider intendo qualcuno “che
non appartiene”. Significa questo – cercare di rimanere
fuori da relazioni che sottintendano un capo e un seguace, un ordinatore
e un ordinato, uno che sta sopra e uno sotto. È difficile
ricavarsi uno spazio simile, perché tutto il sistema si basa
sul principio della competizione, sull’essere o uno che controlla
o uno che è controllato. Questo è quello che ti insegnano
in famiglia, a scuola, all’ufficio, in TV… Sto cercando
di evitare questo sistema il più possibile (spesso è impossibile) – e
questo automaticamente mi pone nella posizione di outsider. Credo
nell’esistenza non basata
sulla
dominazione e il controllo. L’unico spazio in cui questa
esistenza è
possibile è quello delle relazioni personali basate sull’amore
e il rispetto, e quello della creatività. Questi sono
la mia
patria, i miei territori di libertà. Puoi dire che gli
USA sono stati fondati dagli immigrati e sull’idea del
mondo libero indipendente. Ma visto che i valori materiali hanno
sorpassato ogni altro valore, l’idea di libertà si è trasformata
nell’idea
di proprietà.
ES: Qual è la tua identità? È una
domanda che per te ha un senso?
DZ: Parzialmente ho già risposto
a questa domanda in precedenza. L’identità non può essere
definita da nulla, ma solo dal tuo cuore, dalla tua testa e dal
tuo corpo. Può sembrare astratto,
ma vivo questa situazione molto concretamente, in modo pratico
tutti i giorni, non sempre per scelta, ma sempre come una necessità.
ES: Mi chiedo se ci sia una relazione tra questa
tua strenua difesa dell’identità personale, individuale,
e il fatto di provenire da uno stato che non esiste più e
che ha vissuto uno scontro feroce proprio sull’identità comunitaria.
DZ: Probabilmente.
Visto che non esiste nessun luogo fisico che io posso chiamare “la
mia patria”. Sono quasi ossessionato
dall’idea di difendere e preservare lo stato indipendente
di me stesso. Cosa che a volta sembra ridicola persino a
me. Ma penso che il concetto di “identità comunitaria” sia
un mito pericoloso.
es: Parliamo ora più nello specifico del
tuo lavoro. Mi riassumeresti, dal tuo punto di vista, il tuo stile
con tre aggettivi?
DZ: Forse ne userei solo due, bianco e nero. Inoltre,
penso che lo
stile sia un elemento superficiale e irrilevante. Lo stile è solo
un strumento di comunicazione, una tecnica, esso dovrebbe
sottostare all’idea o all’emozione che si vuole esprimere.
ES: Il tuo segno sembra molto xilografico. Hai
mai realizzato xilografie o incisioni? Se tu non disegnassi, che
cosa vorresti fare?
DZ: Ne feci alcune durante gli studi all’Accademia
di Belle Arti a Zagabria. Tra l’altro, ho studiato pittura
e il mio approccio e la mia visione provengono da un esercizio sulla
pittura classica, tradizionale. Soprattutto dallo studio della pittura
barocca e del chiaro/scuro. Un’altra influenza importante sono
stati i film muti in b/n – dell’avanguardia russa e dell’espressionismo
tedesco.
La qualità visiva di questi lavori è rimasta insuperabile.
ES: Ora
vivi tra gli States e Zagabria, dove hai fondato Petikat. Ci racconti
qualcosa di questo progetto
DZ: Petikat è uno studio grafico e una casa
editrice che è stata
fondata da me e da due miei amici, Stanislav Habjan e
Boris Greiner. Abbiamo cercato di operare come un laboratorio
autosufficiente dove ogni parte del processo, dal creativo
all’editoriale, fosse sotto il nostro controllo. Boris e Stanislav
sono anche scrittori, e il nostro obiettivo primario è di
pubblicare il nostro lavoro (eventualmente anche quello di altri
artisti e scrittori). Curando anche la parte grafica, cerchiamo di
coprire i costi di produzione dell’editoria
e di non dipendere dalle vendite. Cosa che sarebbe ridicola
peraltro, in un paese con solo 4 milioni di abitanti che leggono
e parlano croato.
 ES: Cosa succede ora in Croazia? Intendo ovviamente
nel mondo del disegno, ma anche nella vita di tutti i giorni.
DZ: La Croazia, in particolare Zagabria, ha una
forte tradizione nel disegno e nell’animazione. La Zagreb Film è stato
uno degli studios più rispettati e creativi nel mondo durante
gli anni ’60
e ’70. In qualche modo, esperienze importanti
nel fumetto sono emerse anche durante gli anni ’80,
nel periodo di Frigidaire in Italia, di Metal
Hurlant in Francia. Anche adesso sembra che un mucchio di
disegnatori di talento croati lavorino per DC Comics
e Marvel. Il lavoro è buono, ma non trovo
niente di interessante o stimolante, in quanto è un
tipo di fumetti che non leggo o seguo. Al momento
non c’è nessuna rivista o pubblicazione
in Croazia che presenti fumetti in forma artistica
con ampia possibilità di espressione e comunicazione – o
fumetti che siano espressione della scena culturale,
politica o sociale (nel modo in cui viene fatto da
Stripburger, o Strapazin, Inguine, WW3… ed
altre pubblicazioni simili).
ES: Tutti abbiamo progetti
nel cassetto, cioè idee
e progetti in attesa di essere realizzati, possibili o futuribili.
Quali sono i tuoi?
DZ:
In questi giorni sto cercando di finire un’altra graphic
novel, il cui titolo provvisorio è Stray
Dogs. Questa storia ha molto a che vedere con il
concetto “di non appartenenza” – come
condizione, necessità, imposizione, scelta.
Sto lavorando a questo progetto da tempo e il Gardner
Museum di Boston ne valuterà la pubblicazione.
Vedremo se andrà in porto.
Sarebbe un interessante connessione tra la graphic
novel e un’istituzione
museale molto seria e tradizionale. Un altro progetto è una
sceneggiatura sulla quale lavorerò insieme
al regista e cameraman Mario Amura.
ES : Qualcuno sostiene che tu e Zograf siate come
Bregovic e Kusturica. Uno è andato all’estero, l’altro è restato.
Che cosa ne pensi?
DZ: Questo è un confronto veramente triste.
Prima di tutto, ho poco rispetto del lavoro di Kusturica e non ne
nutro nessuno per quello di Bregovic. Invece rispetto molto Zograf
e il suo lavoro. In secondo luogo, io e Zograf abbiamo esperienze
e background molto differenti in relazione alla
vita e alla guerra in Ex- Yugoslavia. Confrontarci solo perché proveniamo
dalla stesso stato scomparso è superficiale.
Rifiuto qualsiasi classificazione per deduzione
e generalizzazione, usata spesso dai media, dai
politici, ecc... che niente hanno a che vedere
con la vita
vera. Le ragioni per cui Zograf è rimasto
in un luogo e il mio andare via sono personali
e soggettive e spiegate al meglio dal nostro
lavoro.
E questo è quello che conta.
Elettra Stamboulis |